IO VI RACCONTO – prima uscita sulla via Romea Nonantolana

25-26 marzo
di Giovanni Buccarello

Da BOndeno a BOmporto

La mattina inizia prestino, sveglia alle 6.00 ma non riesco a sollevarmi dal letto prima delle 6.20. Ovviamente stanotte per l’eccitazione dell’evento ho dormito poco e male. Vabbè, tiro su un po’ di fretta perché voglio essere puntuale e naturalmente dimentico tutto quello che mi verrà poi in mente durante l’uscita.
Marco per fortuna è pure in ritardo e non mi fa sentire in colpa, partiamo dunque, no ad un certo punto chiama Max e capisco che manca un sacco a pelo. Penso al mio, chissà dove l’ho infilato. Torniamo a casa di Marco e, recuperato il sacco rosa di Chiara, la sorella, finalmente andiamo da Max. Nel tragitto mi accorgo che non ho il cavetto per ricaricare il cellulare (sono un genio). Ovvio che ce l’ha Marco (è un genio anche lui). A Nonantola Kiyo è raggiante come può essere una ottoquasinovenne che ha vinto una gita premio, a fatica si accomoda in macchina accanto a Chiara, diventano subito amiche.
Non so quanto siamo in ritardo, ma siccome non posso farci nulla almeno cerco di recuperare un po’ di sonno, ovvio che non ci riesco, ma fra una chiacchiera e l’altra, il viaggio vola, guarda siamo già a Verona Sud e dopo poco usciamo anche dalla Serenissima e troviamo subito l’indirizzo del convegno sulla Romea Strata.
Non capisco ma mi adeguo, un grande stabile, da una parte uffici vuoti e dietro una sala piena, a destra il bar. Mi aspettavo un edificio religioso ma questo sembra altro e il bar è integrato nel fabbricato, tanto che ha il bagno nella parte degli uffici.
Ecco il bagno, chiuso! Vado in bar e supero una Kiyo boccheggiante, soffre il mal d’auto poverina. La barista è carina, mi dà la chiave del bagno, poi, per farmi bello le compro una cioccolata e due bottiglie d’acqua, Kiyo rifiuta l’acqua ma prende la cioccolata e la lascio al bar con Chiara che la coccola come una gattina.
Sono tutti seduti comodi in una bela sala ampia priva di lussi, non c’è posto solo per me, ma mi accuccio in un angolo. Tanta gente interessante, interventi, domande, risposte, qualche leggero battibecco. Insomma un convegno normale, un po’ più pratico di altri. Don Raimondo modera, esorta e zittisce. Cavoli è già ora di pranzo. Alla mezza, in perfetto orario si va a mangiare, al bar di fianco.
Una bruschetta tira l’altra, ne avranno servite quasi una decina, una più buona dell’altra, altre chiacchiere e finalmente ripartiamo, quasi in orario. Da Vicenza a Bondeno facciamo una di quelle autostrade che dal nulla portano al nulla, che pare proprio inutile se vista sulla carta, invece prendiamo proprio quella e in breve siamo a Badia Polesine, da lì a Stellata non ricordo nulla perché finalmente mi metto a ronfare come una motosega.
Improvvisamente una gomitata di Marco mi sveglia proprio davanti alla Rocca Possente di Stellata. Era dal 2013 che desideravo vederla senza riuscirci. La gioia finisce in rantolo perché era completamente ricoperta dalle impalcature. Uffa, è stata costruita per resistere ai colpi di artiglieria (a forma di stella). Il terremoto ha picchiato duro immagino. Da Stellata a Bondeno il passo è breve, specie in automobile.
Parcheggiamo proprio in piazza e mi faccio un caffè doppio, che triplo mi vergognavo a chiederlo. Qui dovrebbe esserci un altro Marco ad aspettarci, al telefono si fa trovare subito, ma fisicamente no, perché fra i due Marchi nonostante i 6 metri di distanza c’era un furgone e non si vedevano. Tutto si conclude con una risata.
Salutiamo Chiara, riporterà a casa l’automobile. Un po’ mi dispiace, piccola a parte, siamo tutti uomini. Sono convinto però che nelle cose, se c’è almeno una donna, cambia tutto, in meglio. Pace.
Finalmente si parte, a piedi, cerchiamo il Panaro, sentiamo l’odore dell’acqua, ne abbiamo voglia. Cerco il gps che dovrà registrare tutto, tempi, Km, ansia e risate. Ovviamente l’ho dimenticato. Ho preso le pile di riserva, pure il cavetto, caso mai servisse, ma non lui. Amen e croce.
Attraversiamo una strada, poi un ponte e infine mi rendo conto che siamo sulla Romea. Alt! Siamo sulla Romea. Fotografia prego, momento storico. Credo che la piccola Kiyo possa ben rappresentare sia le nostre speranze che le potenzialità, la ritraggo mentre posa il primo, dico IL PRIMO in assoluto, patacchino adesivo sulla Romea. Il momento è storico, mi commuovo quasi, ma ben presto siamo in cammino, finalmente!
Una striscia d’acqua ci accompagna, un argine ci guida, un venticello ci pettina e il sole ci scalda la testa e le guance, che bello, la prima abbronzatura del 2017 e anche la prima camminata per me. Speriamo bene, visto che parto già con una leggera fascite al piede destro (che palle l’età).
Ora, descrivere un cammino non è mica facile. E’ una specie di esercizio fisico, ma a differenza di questo, il camminare ti porta in qualche posto. Questa consapevolezza di movimento, spinge il corpo e anche l’anima, proiettati verso qualcosa che ancora si ignora. Non sono mai stato sull’argine del Panaro a Bondeno diretto verso Finale Emilia, mica so cosa ci sarebbe successo, cosa avremmo visto. L’avventura, la novità e anche una leggera paura mi danzavano attorno, guardavo gli altri, guardavo il fiume e indugiavo sulla pianura che piatta e sconfinata non lo è affatto, è ricca di cose, oggetti e situazioni da vedere, godere e comprendere.
Basta, mica vi posso dire tutto. Se vi interessa, venite a camminare, ma a camminare tanto. Più si cammina più si impara.
Lasciata Bondeno ci troviamo in aperta campagna, nel cosiddetto nulla, ma basta guardare le foto per vedere che le cose invece c’erano.
Dopo un po’ incrociamo la foce del Canale Diversivo di Burana, che nel Panaro termina il suo lungo percorso iniziato a San Possidonio. E’ un canale di scolo in Inverno, cioè porta via l’acqua da dove ce n’è troppa ed è invece irriguo d’estate, portando l’acqua dove ce n’è poca. Prende l’acqua dal Po, la distribuisce per 17000 ettari fra Bastiglia e Mirandola e viene a morire qui.
Siamo nei pressi di Santa Bianca, villaggio in agro di Bondeno, che offre la chiesa di San Pietro e un bar Sport. Qui cambiamo argine, passiamo a Nord e quindi cambia anche il paesaggio. In lontananza si vede Scortichino (detta Scurtghein dagli indigeni), perso nella grande pianura, lontano sia da Finale che da Bondeno. Dopo un po’ guardo la carta, identifico Casa Colombarina che precede di poco il punto esatto del cambio provincia. Siamo a Modena, ciao Ferrara.
Questa ricerca di luoghi e di posizioni placa la mia naturale ansia, sono molti anni che progetto percorsi, misuro distanze e calcolo tempi di percorrenza. Il waypoint mi scandisce il cammino, mi detta il ritmo. Mi sono avvicinato ai cammini storici anche per questo, vorrei provare a camminare per il piacere di farlo e non per il piacere di arrivare, di mettere il paletto, di registrare il punto nella lista dei successi.
Oggi sono pure senza gps, sarà un segno. Metto via la carta e provo a sentire il mio respiro, provo a farlo diventare musica. Ascolto il mio corpo che si muove sincronizzato e mi ricordo di avere una fascite al piede che comincia a diventare fastidiosa. Finchè guardavo la carta non sentivo nulla ora che mi sono concentrato su me stesso mi sono accorto di stare male. Che mi serva di lezione. Quante volte pensiamo di stare bene solo perché non ci accorgiamo di ciò che ci succede dentro o fuori? Ecco cosa intendono gli esperti quando enunciano che camminare aiuta a ritrovare se stessi, frase di per sé evocativa ma priva di senso che ci fa pure sorridere. Più che ritrovarsi, si arriva a comprendersi, conoscere i propri limiti, ma anche la propria forza. Camminare aiuta a sapere chi siamo e non dove siamo.
Un vociare mi distrae dal loop in cui rischiavo di annegare, un tipo in bici ci chiede se siamo di Nonantola, se andiamo a Finale a passare la notte. Poi ci dà il numero di sua moglie. Ma forse è meglio se spiego. Noi avevamo infatti solo il numero di don Daniele, il parroco, l’accordo era che ci veniva ad aprire il seminario e ci accomodava in una stanza. L’uomo è venuto a cercarci in bicicletta sull’argine perché il parroco si era impegnato e aveva raccomandato alla moglie di lui di provvedere a noi. Cose che succedono sul cammino, piccoli eroi quotidiani si manifestano dal nulla e poi spariscono, lasciandoci un senso di grazia e riconoscenza.
Fortuna che siamo in pianura, Finale Emilia che pure è abbastanza grossa, non si fa vedere neppure da poche centinaia di metri, la tangenziale e due alberi la coprono. Ormai zoppicante speravo solo di arrivare in fretta, e mi preoccupavo di non vedere il paese sia pure in lontananza. Superato il ponte sulla tangenziale ci eravamo già dentro e dopo pochi passi eravamo alla porta del seminario.
Alla faccia della casetta, un palazzone grande e quadrato, splendido, quasi nobile. Il volto sereno di Don Bosco ci guarda mentre aspettiamo Aldina e le chiavi. Arriva sorridendo in bicicletta, molto umana, molto emiliana.
L’interno è anche più bello, corridoi, numerose stanze, aule, saloni, grandi quadri, tutto molto ben tenuto. Il terremoto non gli ha fatto quasi nulla e i restauri pur necessari l’hanno reso splendido. Bene, ci tocca una piccola aula dotata di lavagna, cattedra e banchi un po’ ammucchiati per farci posto. C’è il bagno di là e il riscaldamento indipendente, non abbiamo bisogno d’altro (io di riposare).
Accompagniamo Aldina alla porta e, accidenti, le hanno rubato la bici. Ah non c’è mica tanto da fare, tentiamo due parole di conforto e la salutiamo, nel frattempo arriva un uomo alto, giovane, che esibisce saio e sorriso. E’ Padre Serge-Marie, della confraternita di San Giovanni Evangelista, sita in campagna poco distante. Ha saputo del nostro passaggio ed è venuto a conoscerci. Ha la bella idea di invitarci a cena, in convento, ovviamente accettiamo.
Col telecomando apre le porte di una Focus con pochi chilometri e ci porta agli Obici, una grande e robusta costruzione, un fabbricato squadrato, forte, alto eppure elegante. E’ tanto che conosco questo posto, ma solo di nome, non essendoci mai venuto. Rimango impressionato, non mi aspettavo tanta forza. Metà dell’edificio è ancora lesionata e non si può vedere (non avrei comunque più la forza di vedere un casone così grande), ci fa visitare il santuario attiguo, non ricco ma assai accogliente e poi ci fa accomodare attorno a un gran tavolo in cucina.
Ci racconta che sono frati quasi tutti francesi e gli racconto che San Giovanni Evangelista è colui che mi ha dato il nome, pertanto sarebbe anche il mio santo preferito. Glie lo racconto un po’ in Italiano e un po’ in Francese (la mia seconda lingua). Il suo sorriso mi conforta, siamo ormai quasi amici. Fanno molte attività, organizzano pellegrinaggi, tengono ritiri spirituali, celebrano matrimoni e hanno oltre 60 camere disponibili come pure bagni e cucina. Vorrebbero entrare nel circuito della Romea. Bene, ha trovato le persone giuste.
Ecco anche spiegata la presenza di alcune donne che si offrono di prepararci la cena. Sono lì per un ritiro spirituale e stavano per andare a letto. Chiediamo di non disturbarsi, ma secondo voi? Insistono e ci preparano una cenetta semplice, frugale, buona, di quelle che ci si lecca i baffi per forza. Che bello essere pellegrini, tutti vogliono fare qualcosa per noi. Puoi anche essere un pellegrino vero o fasullo, i piaceri e le cortesie ti arrivano così, spontanee e copiose.
Stiamo così bene che io e Max troviamo pure il tempo di discutere sul metodo di soluzione delle tabelline aritmetiche. Kiyo però non ci segue e così rinunciamo alla contesa ma senza abbassare la cresta. Si è ormai fatto tardi, Kiyo si rivela la bambina che è, smorfiando e lagnandosi che è stanca e vuole dormire. Bene salutiamo tutti e partiamo. Guida l’altro Marco e sbaglia subito strada, prende a destra invece che a sinistra. Dopo sei secondi chiedo dove si va, gli spiego che se si va a rane, allora va bene, ma se invece no. gli tocca di invertire la rotta, pena un pegno divertentissimo, lui si affretta ad eseguire e in tre minuti siamo al seminario.
Kiyo urla, c’è un animale, vedo una scolopendra che zampetta sul suo cuscino. Le spiego che sono pericolose, ma non quella lì e mentre mi guarda interrogativa la butto fuori dalla finestra utilizzando un messale non troppo grosso.
E’ tardi ma non tardissimo, con Marco decidiamo di attaccare i patacchini della Romea lungo il percorso per la città, così che non avremmo dovuto farlo domani, così, giusto per farci venire sonno. Lasciamo padre e figlia ronfanti e partiamo.
Da quando c’è stato il terremoto, sono venuto a Finale Emilia varie volte da volontario di Protezione Civile, questa città mi ha sempre fatto paura, le stradine strette del centro storico, il castello, i palazzi, tutto troppo pericoloso. Ormai sono passati anni, ma mi sono ritrovato a guardare i muri, le grondaie, a cercare il centro della strada, memore di nuovo della terribile esperienza che ha segnato pesantemente la nostra vita e le nostre città.
Facciamo presto a fare il giro, ma fa ancora prima la perturbazione ad arrivare. Uno scroscio d’acqua ci costringe sotto il tendone di un negozio di caffè per alcuni minuti, al ché decidiamo di tornare, sui pali bagnati i patacchini non si attaccano. Finalmente la lunga giornata finisce e comincia il riposo notturno (si fa per dire).
Vi risparmio la storia della notte a Finale Emilia, vi accenno solo al fatto di essermi svegliato varie volte tanto da guadagnarmi il titolo di fantasma del Seminario da parte di Kiyo. Pretendeva che rifacessi la russata strana che aveva sentito. Valle a spiegare che se russo allora dormo e che se dormo non mi accorgo di come russo. Provandoci lei, ha emesso un verso gutturale a metà strada tra un grugnito di cinghiale e un rutto. Uhm, ci ho pensato su per almeno dieci secondi.
La mattina siamo svegliati da un vociare allegro. I ragazzi della parrocchia infatti partono per una gita a Bologna. Faranno il pellegrinaggio di San Luca e visiteranno San Petronio, Santo Stefano ed altre chiese. Partiamo con i nostri zaini passiamo in mezzo a loro impressionandoli non poco. Don Daniele è venuto a salutare e ci indica il bar Mazzini come meritevole della prima tappa.
In effetti il bar è ben fornito e il personale è gentile. E’ al piano terra di un palazzo ancora puntellato. Giusta sintesi di una città che ha ancora molti conti in sospeso col terremoto. Ne approfitto per qualche foto diurna mentre gli altri completano il giro dei patacchini. In breve siamo di nuovo sull’argine. Mi viene in mente Guccini: lunga e diritta correva la strada…
La giornata è bellissima, sole acceso e vento fresco. La pioggia della notte ha ripulito l’aria, tanto che si vede distintamente dal Corno alle Scale al Cusna con il re Cimone in mezzo e la corona di cime del crinale Tosco-Emiliano. Oggi si va alla grande. Ho anche cambiato le scarpe, ho indossato quelle più imbottite per assorbire meglio le asperità del terreno. Oggi infatti faremo poco asfalto e molto sterrato, non solo, oggi c’è quasi il doppio dei chilometri di ieri.
Passano due signore, hanno il passo come se andassero di fretta, magari è vero. Sta di fatto che salutano appena e scappano via. L’argine fa molte curve, fa un tira e molla col fiume che sparisce spesso dietro folta vegetazione e case in golena; dopo mezz’ora siamo ancora a Finale Emilia, che da questa parte si allunga molto. La sagoma del cimitero però mi conforta. Dopo il cimitero c’è il nulla, è sempre così.
Infatti dopo una decina di minuti arriviamo a vedere la forma modesta e simpatica dell’oratorio di San Lorenzo. Dietro in lontananza comincia l’infilata dei capannoni della zona industriale. Sono mica tanti, ma grandi grossi e lunghi. Un lungo argine dritto e infinito ci porta finalmente alle spalle dell’ultimo di questi fino a raggiungere la località Ca’ Bianca. C’è qui una trattoria che comincia a farmi il canto delle sirene, ma è troppo presto, non si può.
Alla Ca’ Bianca finisce finalmente il territorio di Finale che, a dispetto del nome, sembrava non finire mai. Entriamo nel territorio di Camposanto. Il dolore al piede è aumentato. Mi accordano una sosta e ne approfitto per liberare i piedi dalla morsa delle scarpe. Cambio il calzino con uno più leggero e ripartiamo. Un sollievo evidente mi accompagna per una cinquantina di metri, dopo ricomincia il dolore, come prima, più di prima.
Provo a resistere, poi una vocina mi parla dolcemente ma con decisione, mi dice che il premio per chi soffre di più potrebbe consistere in due settimane d’ospedale o di immobilità assoluta e che un viandante che vianda col piede rotto potrebbe anche non essere un buon esempio per le future generazioni. Intanto sono rimasto indietro, procedo pianissimo. Beati cellulari, chiamo Marco che torna subito indietro.
Dato che a Villa Cavazza c’è la giornata del FAI, dove oggi si può prendere il barcone per raggiungere Bomporto, e che sempre lì un mio amico tiene un banchetto per Oversease, una onlus che si occupa dello sviluppo dei paesi poveri, decido di farmi venire a prendere da lui e di attendere lì il loro arrivo, così intanto mi sarei riposato un po’.
Ci salutiamo di fronte alla casa che fa di nome Boaria Rovatti, di rimpetto a Casoni di sotto che guarda l’argine opposto, così finisce la mia prima avventura sulla Romea Nonantolana.
Ma vedrò poi che non è ancora finita. Dopo una ventina di minuti arriva Fausto che raccoglie i miei resti in automobile e mi porta a villa Cavazza. I loro banchetti sono posti sul parcheggio, fuori dall’ingresso monumentale, all’interno comincia subito il labirinto delle transenne che imbranca i visitatori e li porta ordinatamente al banchetto del FAI dove si registrano, pagano e poi si imbarcano. Faccio fatica a sopportare tutto quel movimento.
Fausto mi offre una fetta di pane con olio e Zavatar, miscela di erbe palestinese a base di timo e sesamo usata come condimento per carne, verdura e pane appunto. Davvero buona. Decido di contribuire alla loro causa acquistando un barattolo di Zavatar. Nel frattempo arriva un pullman che sbarca una trentina di persone vocianti. Hanno ragione, la giornata è davvero bella e percorrere il Panaro in barca devìessere davvero intrigante.
Due ragazzine mi osservano insistenti, una è la figlia di Fausto e l’altra è la sua amica del cuore (almeno credo). Pretendono che mi sieda e che racconti loro ciò che è successo. La parte del pellegrino misterioso mi piace, ma c’è poco da raccontare. Ho una fascite e non posso camminare. Racconto loro della Romea invece e riesco a coinvolgerle pure, ma tutto finisce con un “mi piace camminare ma preferisco altro”.
Mi sembra tutto molto rumoroso e il parcheggio solleva polvere per le frotte di gente che passano distratte. Fausto mi spiega che la villa è di un suo amico che ne ha restaurato una parte e poi ha finito i soldi. La parte nuova è adibita a ristorante dove si festeggiano matrimoni, la parte vecchia non è visitabile a causa delle precarie condizioni.
Fausto mi dice che è quasi l’una e che deve andare a Modena. Mi chiede se voglio essere riaccompagnato a casa. Come faccio a rifiutare un’offerta così opportuna. Telefono agli altri, ne hanno per due ore buone e, sembra che per la grande affluenza di pubblico, non ci sia la garanzia di un posto in barca per noi. Decido quindi di andare eliminando così la mia persona dalla lista dei problemi.
Saprò poi che hanno proseguito per l’argine fino a Bomporto dove sono stati accolti e prelevati a loro volta. Marco ha rimediato una bella abbronzatura in testa, curabile con giuste pomate, Max che aveva il berretto, ha riso per tutto il tempo e ha continuato a farlo a anche a casa. Kiyo ha vissuto l’esperienza con nonchalance, ha confessato di essersi annoiata, ma solo un po’ e di non essersi stancata affatto.
P.S. L‘indomani mi chiama Max per dirmi che aveva deciso di regalare ad Aldina una sua bici che nessuno usava più. Aveva già preso accordi per incontrarsi con lei. Non mi perdo certo l’occasione e mi fiondo a casa sua, carico uomini e cose e torniamo a Finale Emilia. Aldina era visibilmente turbata, dice che la bici le piace e che non dovevamo disturbarci. Max risponde che era una buona occasione per trasformare un evento negativo (il furto della bici) in un evento positivo (il regalo della bici) e che così tutti sarebbero stati soddisfatti. Anche questa è Romea Nonantolana. Ragazzi vi consiglio di non perdere la prossima.

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