IO VI RACCONTO – seconda uscita sulla via Romea Nonantolana

19 APRILE
di Giovanni Buccarello

Nonantola-Bomporto e ritorno

Sono le 6 e mi chiedo perché sono sveglio. Ma non importa, mi rimetto sotto e mi riaddormento subito. La sveglia suona alle 7.00 regolare e suona e suona finchè alle 7 e mezza mi riconnetto con l’universo e realizzo che nonostante tutto sono di nuovo in ritardo. Fortuna che stavolta ho lo zaino già pronto, si tratta solo di vestirmi. Ieri era ben freddo, oggi come sarà? Penso a chi ha inventato la cipolla, così ne metto due strati nello zaino e uno addosso. Quando esco tremo, te pareva?
Fortuna che Beppe mi capisce e mi prepara un super mega cappuccino con doppio caffè e crema di nocciole. Così parto rinfrancato e mi irrito anche poco per il traffico bestiale del mercoledì mattina, così i 30 minuti per arrivare a Nonantola diventano 50 quasi 60. Intanto telefono per sapere dei miei compagni, sono imbottigliati in tangenziale a Modena, quindi mi rilasso, parcheggio al sole e aspetto.
Avevo detto di parcheggiare tutti vicini, infatti uno di qua, uno di là, telefonate incrociate, la confusione comincia subito. Indirizzo tutti verso l’abbazia dove infine ci ritroviamo. Tutti vogliono aver ragione sull’ora, sul parcheggio e su tutto, me ne frego e chiamo il nostro Presidente maximo, appunto Massimiliano, vieni che devi salutare questa gente. Sbrigati che son matti da legare e ti menano se li fai aspettare.
Ovviamente esagero, mica son matti, anzi, personalmente li adoro. Sono tutti più o meno anziani, tutti pieni di vita e di voglia di muoversi, come ragazzini, curiosi come pochi, anarchici come tutti i pensionati svegli. Con loro non mi arrabbio mai, che pure sarei un precisino mica da poco. Luisa poi è la mia prediletta, dall’alto dei suoi 79 anni sa che tutto le è concesso e ne approfitta. E’ proprio una femmina Alfa. Abbiamo bisticciato sempre, per ogni cosa, senza serbarci mai rancore.
Io mi nuovo come un pastore che porta il gregge in ordine sparso, ognuno liberamente come gli pare ma tutti verso la medesima direzione e con tempi simili. Ogni tanto incito, a volte sgrido, ma non fischio come un pastore. Lei invece si sente comandante, li vorrebbe tutti in fila per sei, si arrabbia sempre ma non perde mai il sorriso.
Arriva il momento di partire, Massimiliano il nostro Presidente maximo, decide che viene anche lui, avrebbe anche da fare ma si è innamorato dei miei vecchietti e non riesce a staccarsi. Marco, il nostro guru che tutto vede e tutto sa, mi chiede per telefono di provare un percorso alternativo a quello ufficiale, certo che si opino, ma mandami uno straccio di carta che se no come faccio? Te la mando subito. Quando la mail arriva siamo ormai partiti da un pezzo, fuori dall’abitato e la sua ipotesi di percorso oramai lontana e irraggiungibila. La prossima volta! Torno così al mio piano personale, provare invece un percorso mio, perché credo sia migliore. Il tracciato ufficiale lo rispetteremo al ritorno.
Mi ricordo allora che non ho i patacchini segnavia, quindi convinco Marco ad andare all’AIPO di Modena, cercare una certa persona che deve venire a Bomporto a incontrarci e dargli gli adesivi da portarci. Se si può bene, se no anche questa la prossima volta!
Uff tutti questi pensieri mi portano a non godermi la prima parte del tracciato, a rischiare la vita di un manipolo dei nostri in un attraversamento ardito … Senti, noi vogliamo attraversare sulle strisce pedonali ok? Si scusatemi (becca e porta a casa).
In effetti la via è ben disegnata, a parte un incrocio pericoloso, scorre su una striscia ciclo-pedonale molto comoda e pulita, appena fuori dal centro attraversiamo una zona di villette con giardini bellissimi e coloratissimi, poi in aperta campagna ci immergiamo nella meraviglia di una giornata primaverile stupenda. Faccio diverse foto avidamente, un pony mi squadra da dietro un cortile, foto anche a te e di tanto in tanto fotografo i miei compagni sorridenti.
L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, spazio all'aperto e naturaArriviamo ad un sottopasso della tangenziale. Mi fermo e urlo a tutti: vi piace come ho apparecchiato la giornata, le piante e i panorami? Ho fatto tutto per voi. Parte l’applauso. Il sottopasso l’ho fatto fare ieri sera. Vi piace? (risata generale). E si va avanti godendo delle bellezze naturali e delle invenzioni artificiali. Lontano a Sud sono nitidi il Cusna e il Cimone, bianchissimi (vedi foto nei post precedenti), mentre a Nord si distingue un po’ meno la mole scura del Monte Baldo e qualche picco innevato più distante.
Ben presto arriviamo alla “mia” deviazione, sacrificheremo un paio di chilometri di asfalto trafficato a favore dell’argine del Panaro. Ottima idea, l’argine è pulito, comodo e agevole, questo pezzo piace molto anche a Massimiliano. Dopo un’oretta buona arriviamo alla seconda deviazione, andremo in visita ad un’osteria, una piola vecchio stampo. Dobbiamo lasciare l’argine, attraversare l’abitato di Casoni e percorrere per 500 metri una via trafficata e pericolosa (speriamo bene).
Ma ci arriviamo senza perdite, l’osteria ha davvero l’aria antica, ma dentro è moderna. Fa da bar e pure da tavola calda, espone dei superbi gnocchi fritti e delle tigelle che si mangiano. Massimiliano, che viene da Milano, chiede dove mai si trovino le tigelle che si bevono e gli rispondo che ad esempio a Pavullo, da dove viene la nostra combriccola, le tigelle mica si mangiano. Anche se viene da Milano capisce in fretta, sagace.
Decido però che non c’è tempo, abbiamo un appuntamento coi tecnici dell’AIPO, ci occuperemo al ritorno di spolverare la cucina e pure le madie. Mi accorgo allora di essere proprio sotto l’argine, in effetti la deviazione è stata un po’ a chiocciola, quindi ci basterà risalire per tornare sulla Romea. Difatti in poco tempo e senza più pericoli giungiamo a Bomporto dove però troviamo un guaio. Il terremoto ha lesionato il ponte sul Panaro, che ora è in riparazione, e il cantiere ha occupato l’argine che quindi non potremo percorrere. L’ultimo tratto di poche centinaia di metri lo facciamo quindi con le automobili che ci sfrecciano nuovamente a pochi centimetri.
Giungiamo infine alla “conca” di Bomporto, che sarebbe il luogo dove c’era il porto quando le barche solcavano ancora il Naviglio da Modena per immettersi proprio qui nel Panaro con cui arrivavano al Po e quindi al mare. Altri tempi. Ma sono rimasti manufatti interessanti, come le due porte Vinciane e le paratie. Ecco perché ho chiesto ai tecnici dell’AIPO di venire a spiegarci un po’ di cose. Arrivano i tecnici e ci mettiamo in tondo.
Il geometra, con i suoi occhiali da Matrix, se vede subito che è uno di quelli duri, vecchio stampo, molto pratico e sbrigativo ha anche un tono deciso che poco lascia all’immaginazione. Attacca subito spiegandoci per filo e per segno cosa è esattamente accaduto in occasione della rotta del Secchia del 19 gennaio 2014, tutte le operazioni eseguite, l’organizzazione dell’AIPO le potenzialità e i limiti, in primis la carenza di personale. Vengo io! arrischiio, mi sega le gambe con un “se sei ingegnere vieni pure” (ma lui non era un geometra?). Si dilunga in particolari, riprende le vecchie polemiche del periodo. Il disastro ne alimentò parecchie. Racconta dei giornali e delle loro invenzioni, delle difficoltà della popolazione, del loro lavoro spesso oscuro e misconosciuto, dei problemi che devono affrontare ogni giorno.
Massimiliano da Milano chiede se può fare due domande. Una! Mormorano i pavullesi con decisione. Il tempo è scappato. Faccio segno al geometra di tagliare che per noi è tardi. Prima mi fulmina con lo sguardo, poi ci ripensa (e pensa al suo di pranzo), racconta due cose in croce sulle porte vinciane e finalmente ci salutiamo ringraziando. Davvero bravo il tipo, ma avevamo i tempi stretti.
L'immagine può contenere: una o più persone, erba, spazio all'aperto e naturaFacciamo giusto un salto sull’argine del Panaro per vedere Palazzo Rangoni, già citato nel 1370, della potente famiglia Rangoni, è un complesso costituito da due palazzi contigui che formavano un tempo una corte chiusa articolata in tre corpi (una parte centrale più due ali laterali). Il nuovo palazzo (costituito da parte centrale e ala settentrionale) fu iniziato dai Rangoni nel 1611 e mai portato a termine. Di particolare interesse lo scalone d’onore e i soffitti a volta con fasce su stucchi che riportano con grande frequenza la conchiglia, simbolo dei Rangoni. Più interessante ancora che oggi risulti praticamente in stato di abbandono e non so se il terremoto abbia o meno procurato danni.
Tanto per dire che i pellegrini della Romea, di qui passando, possono salutare amichevolmente il palazzo e la famiglia proprietaria essendo anche loro molto legati alla conchiglia così cara ai pellegrini.
Ma ora via, si torna all’osteria per fare strage, ma tant’è, io devo dedicarmi ad attaccare gli adesivi con Luisa che mi aiuta e rimaniamo indietro. Arriviamo all’osteria con un quarto d’ora di ritardo e, udite udite, non hanno più nulla da mettere sotto i denti. Neanche un panino, un pezzo di gnocco già masticato? Nulla! E dire che pensavo di fare scorta di calorie. Stizzito esco senza neanche prendere il caffè.
Massimiliano parla al telefono con sua moglie, le dà indicazioni su come raggiungere l’osteria. Vai via? Chiedo, no, mi risponde felice, Kiyo è tornata da scuola e ha chiesto di me, quando ha saputo che ero sulla Romea ha preteso di essere immediatamente accompagnata da papà, quindi fra un quarto d’ora arriva la bimba che farà con noi il pezzo di ritorno. La notizia mi fa passare tutte le paturnie. Dopo qualche minuto ecco la nostra mascotte, che cara, è subito circondata dai vecchi santoni, è proprio una piccola principessa, racconta che le piace camminare, conquista subito tutti quei camminatori di lungo corso. Quindi ripartiamo, si va avanti.
La piccola si ricorda di me e del male ai piedi con cui mi ha lasciato l’ultima volta, infatti mi chiede subito delle mie condizioni. La fascite l’ho curata bene a modo e mi era passato tutto. Mi aveva lasciato in pace per tutta la mattina, ma è tornata ad infiammarsi durante la lezione giù alla conca, un’ora abbondante passata in piedi ad ascoltare è stata fatale. Ma non soffro troppo. Io sono forte, le dico, e lei sorridendo torna ad appiccicarsi al suo papino.
Il cielo si è affollato di nuvole, una bella arietta fresca corre lungo la pianura. Lontano, sui monti, si intuiscono precipitazioni. Arriva per telefono la notizia che a Pavullo nevica. Addirittura! Penso al caldo dei giorni scorsi, alle piante che son partite tutte e al gelo che ora le fermerà. Poi penso che qui, ora, sull’argine non si sta male, l’aria è fresca ma non fredda, camminare aiuta a godere di questo clima di mezzo, del sole che c’è e non c’è a seconda della nuvola di passaggio, la giornata è proprio l’ideale per noi. Filosofeggio, penso che condizioni abbastanza simili possono rappresentare la vita per alcuni e la morte per altri, penso che senza diversità potremmo essere tutti vivi o anche tutti morti. Concludo con un evviva alla diversità di qualunque forma e significato.
Attenzione, c’è il bivio, perso nel volo pindarico, non faccio i tempo ad avvertire un gruppetto che aveva proseguito e che ora gli tocca tornare. Uhm, bisogna che stia coi piedi per terra, dopo tutto sarei il direttore gita. Lasciamo l’argine erboso e bucolico per navigare nella campagna antropizzata, una grande quercia (o Roverella?) richiama l’attenzione dei passanti. Il tronco è più largo dell’abbraccio di Kiyo, poi voltiamo a destra e, dopo un bel po’, incontriamo un’automobile, poi un’altra e arriviamo a Campazzo.
Strano paesello, non c’è una casa vecchia a parte la vecchia e quasi famosa trattoria, le tre strade sono dritte e allineate, le case ordinate, con bei giardini, sembra di essere a Long Island, ma poi, che ne so? io mica ci sono stato. Contadini ingentiliti o borghesia transfuga dal Capoluogo? Brutto non è, ma neppure si può dire che lasci il segno per qualcosa. Comunque, attacchiamo due adesivi e il paese è già finito. Purtroppo la strada che segue è frequentata dalle automobili, almeno finchè non imbocchiamo la via San Lorenzo, quella del sottopassaggio pedonale della tangenziale, qui si può camminare serenamente in mezzo alla strada.
Ritroviamo il piccolo pony biondo, chiedo al proprietario se possiamo mostrare i cavalli a Kiyo, ma certo, è quasi orgoglioso e ama i suoi tre cavalli. Ma tempo 10 secondi e la piccola scappa via, presto, siamo in ritardo con gli altri. Ho capito, ma mica ho otto anni come te e tu non hai male al piede come me.
Ben presto siamo a Nonantola con le sue belle ciclopedonali, assaltiamo un bar, ma, e mi vien da ridere, non hanno nulla da mangiare. Grazie e arrivederci. A fine giro tutti sembrano contenti, il giro è piaciuto. La Romea colpisce ancora, anche induriti montanari apprezzano la lunga via.
Saluto tutti e vado a trovare le due giovani commesse della cantina Giacobazzi. Scherzo, in realtà mi fermo per il vino mica per quelle due belle signorine sorridenti e poi, ho anche la faccia da rettile e le donne le impaurisco.
Arrivato a casa, quasi stanco (cioè quasi morto), ho fame (cioè attenta gatta a come ti muovi), ho male al piede (cioè quasi quasi lo taglio). Incrocio il vicino di pianerottolo, vuol sapere. Gli racconto del giorno di ferie impiegato a camminare sulla Romea con degli amici di Pavullo. E bravo, fa, senti ho fatto del ragù di pesce, ne ho fatto un po’ troppo, ne vorresti un po’? Uhm, chi devo uccidere? Chiedo. Ma nulla, fa, tieni e mangia in pace. Abbi cura dei piedi! E mi saluta. Sono sbigottito, ogni volta che “esco” con la Romea incontro qualcuno che vuole regalarmi qualcosa. Evviva la Romea e tutti i camminatori. Grande.

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