IO VI RACCONTO – quarta uscita sulla via Romea Nonantolana

Organizziamo l’assemblea generale

Titolone, è un evento importante, è di portata annuale, un po’ come il compleanno, ma non solo il proprio, quello di tutti. Pensa che bello, è festa per tutti e tutti fanno festa. Ci vuole qualcosa di grosso, che faccia effetto.

Siamo un’associazione di pellegrini, cioè principalmente camminatori. Si lo so che ci sono i pellegrini che vanno in chopper, ma quelli non sono iscritti nostri, quindi l’occasione è ghiotta per farci una bella camminata insieme.

Possiamo partire da Modena, seguire la via Romea Nonantolana fino in sede a Nonantola, fare l’assemblea, il pranzo assieme e poi tornare a Modena.

L’idea sembra essere gradita, in 16 di dimostrano interessati, almeno su fb e quindi cominciamo a preparare le minuterie.

A me però l’idea piace poco, insomma ci penso ma continua a non piacermi. Io penso che sia meglio se la faccio in bici, a prima vista, preferisco. Non so, mi viene così.

Non dico nulla in giro per evitare qualsiasi interferenza negativa con chi se la farà a piedi, ma la sera prima mi chiama Marco, non il console massimo ma uno dei soci direttivi. Devo dirgli la verità, rimane spiazzato solo per un secondo e mezzo e poi immagino che si illumini in viso quando mi dice “ma sai che è una bella idea?”. E io: davvero? Uhm. Insomma finisce che ci organizziamo per vederci la mattina a Modena.

La mattina del 27 sono un po’ pensieroso, non ho detto a Marco il Grande che non vado con lui a piedi e non gli ho detto che neppure Marco, visto che viene con me, andrà con lui. Bisogna che glielo dica prima che si faccia dei conti sbagliati.

Drin, è Marco, azz. Che gli dico? (una vocina dietro l’orecchio mi fa: “la verità, senz’altro la verità nient’altro che la verità”).

Comunque parla lui: “Ho saputo che tu vai in bici e che Marco viene con te”. Brivido. “Ma sai che è una bella idea e quasi quasi vengo anch’io in bici? Rispondo ormai disteso che in mezz’ora sono in centro e che ne parliamo meglio.

Quindi, a quanto pare, la camminata era saltata e la mia idea di bici era diventato un giusto ripiego. La mattinata era bellissima e tutto prometteva bene. In piazza Grande c’erano le bancarelle, che festa sarà? Ma che importa, mi metto a girovagare aspettando notizie.

Infatti presto arriva Marco con la sua biciclina, tutto contento, occhiali da sole e borsello, immortale. Richiamo allora Marco, sta facendo colazione e comunque sta aspettando Ema che viene con noi. Proclama mezz’ora di armistizio e riattacca. Informo Marco che abbiamo anche una donna e che quindi ce la possiamo prendere con calma. Dobbiamo aspettare.

Mi piacciono le donne, uhm nel senso che mi piace l’effetto che producono quando si inseriscono in gruppi di soli uomini. Penso che migliorino il clima, il comportamento generale e altri diversi aspetti esperienziali. Di questo parliamo con Marco mentre passeggiamo guardando le donne in bici e cercando di immaginare come sarà mai questa Ema misteriosa.

Mezz’ora passa in fretta, ripeschiamo le nostre bici e ci portiamo sotto casa di Marco, abita in centro, proprio sulla via Romea che infatti passa per il duomo. Mentre aspettiamo arriva uno in bici che ci saluta, lui è amico di Marco e viene con noi. Io azzardo un “tu sei Ema?” e lui risponde di si utilizzando tutti i denti che ha. Marco mi guarda e ridiamo di gusto, Ema ci guarda interrogativo e gli spieghiamo che aspettavamo una fatina. Ridiamo tutti. Finalmente arriva l’altro Marco, contento che siamo già tutti amici e partiamo.

Dopo 3 minuti prima tappa. Marco lascia la valigetta pesante a casa della sorella, che infatti verrà in macchina e con calma. Dalla sua faccia assonnata direi che sia appena al secondo o terzo caffè, non di più. Noi invece imbocchiamo subito la ciclabile che ci porta presto in periferia.

Le ciclabili cittadine non sono fatte per andar veloci, essendo percorse da altri ciclisti, pensa un po’, gente a piedi, in coppia, in famiglia, in triciclo, col cane e pure col guinzaglio. Non sono fatte per andar tranquilli, c’è una intersezione col traffico automobilistico ogni due per tre e ogni volta bisogna stare attenti, che a fare a pugni si perde. E insomma, non lo so per che cosa sono fatte, forse per diventare adulti, come cerimonia di iniziazione; una volta ti facevano affrontare un lupo a mai nude, oggi i lupi non ne vogliono più sapere e ci restano le ciclabili. Se attraversi Modena senza toccare qualcuno o qualcosa, senza inciampare sui marciapiede senza fare un incidente e soprattutto senza dire una parolaccia allora puoi affrontare il mondo, sei pronto.

Tutto questo viene a cadere ad uscire dalla città, le distanze si allungano e i problemi si diradano, allora la ciclabile sembra finalmente qualcosa su cui si possa pedalare in bicicletta.

Ma. C’è un ma. Io devo fare le foto, non tante, ma qualcuna si. Poi mi chiederanno di pubblicarle sul sito, poi mi chiederanno di descrivere la giornata. L’ultima cosa che devo fare è arrivare in fretta a Nonantola. Bisogna che me la prenda con comodo. Alla prima foto mi distanziano, poi li riacchiappo e quindi li posso licenziare, io proseguirò più lentamente e farò le foto che riterrò di fare.

Quindi rimango solo. Sulla Via Romea Nonantolana, che prima era il mio personalissimo collegamento con l’area rurale tra Castelfranco e Nonantola evitando la via Emilia e la via Nonantolana sempre drogate di automobili. Un percorso che ho fatto innumerevoli volte, una zona che conosco metro per metro, casa per casa, strada per strada. Per me è stato come rimanere solo con una vecchia amica a cui si vuole bene. Ora il mio viaggio per Nonantola non era più un tratto da fare utilizzando la via, ma un viaggio da fare insieme alla via che mi avrebbe quindi accompagnato e non solo portato.

Attraversato il ponte della ferrovia, batto una mulattiera che poi diventa via Olmo e quindi Bonvino. Su questa via c’è uno stallone che ospita anche cavalli e infatti incontro Antares, una bellissima cavalla giovanissima a detta del tipo che la portava a passeggio ma buonissima, tanto che si fa fotografare da vicino senza innervosirsi.

Quando arrivo a Casanova dovrei lasciare la Bonvino per la Ortigara, ma decido di tirare dritto perché mi pareva che ci fosse una bella casetta con dei fiori che valesse la pena di fotografare, ora che è primavera. La casa c’è ancora, ha una bella aia che guarda in strada e infatti, ha molti fiori esposti, ma l’effetto non è un granché. Sono tutti fiori in vaso, disposti un po’ a caso. Ci penso due secondi e decido di non fotografare nulla. Proseguo con calma guardandomi in giro.

Intanto mi chiama Marco, si è diviso da Marco ed Ema che avevano fretta di arrivare. Mi sta aspettando all’incrocio della Mavora, che non è Romea ma è comunque vicina. In breve lo raggiungo e mi spiega che vorrebbe mostrarmi una vecchia osteria, pittoresca. Mi meraviglio di non conoscere una simile meraviglia, ma capisco che quel pezzo di strada non l’ho mai fatto in bici perché porta direttamente sulla Nonantolana, che in effetti non ho mai pensato lontanamente di percorrere in bici. Comunque l’osteria è davvero interessante. Lasciando stare l‘aria di generale decadenza, si nota subito che è ammobiliata ancora come decenni fa e che il tipo, un anziano nostalgico ha pochissima voglia di ristrutturare. Beh, per avere un caffè bisogna che aspettiamo che si riscaldi la macchina (eh eh) ma ci sta, così ho il tempo di guardarmi le suppellettili di quel relitto del tempo. Le reclame delle bevande americane del dopoguerra, le foto di attrici (allora) famose ed altre chicche che son più da vedere che da descrivere.

Quando siete sulla Nonantolana, passato il ponte sul Panaro prendete a destra la viuzza per Bagazzano, dopo poco sulla destra c’è uno slargo, per le carrozze immagino, e l’Osteria di Bagazzano, dall’insegna scritta con caratteri inspiegabili. La serranda semi aperta, fuori un vecchio frigo e le nostre bici. Penso che mio padre e mio nonno sentissero le stesse cose che sento io, avevano solo meno soldi e il vecchio e l’osteria eran più giovani di adesso.

Alla fine abbiamo fatto tardi, ci aspettano, ci chiamano, ma ormai mancava poco e in breve eravamo tutti assieme a ricordare il passato e ad inventarci un futuro.

Ema non è lì per caso, lui scrive, è un romanziere, non è uno scrittore professionista ma a quanto pare è uno togo. Ha anche delle idee che sforna in assemblea. Parla di una guida sulla Romea, ne parla come se si potesse fare per davvero. Mi piace Ema e mi piace quel che dice.

Poi arriva un ragazzo, la barba sembrava essere lì per dare importanza a un viso che forse non spaventava abbastanza nessuno. Si presenta come il sindaco di Spilamberto. Un sindaco? Con quella faccia? I sindaci che conosco io sono tutti grassi arroganti e ottusi. Umberto no, dice di fare trekking, dice di essersi perso a Fanano perché il suo collega ha deciso che non gli va di pulire la Romea, mi viene quasi da ridere se non che è una cattiva notizia. Insomma ci parla, si spiega, ci tiene alla Romea, intende impegnarsi in un qualche modo. Non è un sindaco, solo una brava persona che fa il sindaco.

Insomma a parlare si fa presto a fare tardi. Fuori in cortile Akane affilava le sue katane, anche Kiyo preparava e cucinava. Quando l’odore della carne è inequivocabilmente entrato in aula. Il Presidente, che ci vede poco ma capisce molto ha urlato un tutti a tavola che in tre secondi erano sparite pure le mosche.

Mi piacciono queste cose arrangiate ognuno ha preso chi una sedia, chi i piatti, chi i bicchieri, chi si è buttato sulla cassa di birra che sembrava non sarebbe finita mai, la tovaglia, le posate, chi rideva chi mangiucchiava già e io che guardavo, ridevo, prendevo, bevevo, fotografavo ed ero sempre in ritardo. L’ultimo a sedersi, il primo a proporre un brindisi ad Akane.

Una grigliata da concorso, bella come può essere bello un piatto, un’estetica tutta particolare. Una grigliata non deve essere delicata o distinta o romantica, deve essere di una bellezza grassa, colante, molto emiliana, deve evocare soddisfazione, non poesia ma goduria. Una grigliata non ci deve fare innamorare, ci deve fare schiantare. E poi le verdure grigliate, peperoni, zucchine, il pane, i panini, il riso primavera. Epica. Akane santa senza che muoia, non so se si può, ma si dovrebbe.

Intanto mi è tornata fame, uffa.

Poi il resto viene sempre da sé, si alza uno e dice che deve andare da sua madre, dopo qualche minuto, un altro afferma che sua moglie lo sta aspettando, altri dieci minuti, si alza uno che dice che deve andare a prendere sua figlia. Bene, penso, mancano una sorella e la zia, invece però abbiamo finito i maschi. Si alza poi una donna che si appella  a sua madre e un’altra donna che chiama in causa la sorella. Mi sa che per le zie non ce ne sia.

Dietro qualcuno che se ne va, c’è sempre una donna che aspetta, cioè che aspetti o no non è dato saperlo, non si sa, ma una donna c’è, c’è sempre. So che non è vero sempre, che esiste al mondo qualcuno che si alza e dice, mi sono stancato e ho voglia di andare via, ma sono rari e malvisti. Qualcuno senza una donna? Ma hai visto mai.

Insomma presto rimaniamo in tre più i dispari. C’è caldo. Uno dei dispari, uno scoiattolo di 4 anni mi chiede da bere, prendo una bottiglia d’acqua e glie la verso prima in bocca e poi in testa, ride da matti, gli è piaciuto lo scherzo. Arriva l’altra dispari, la sorella, anche lei vuole bere. Lei si becca mezza bottiglia lungo la schiena. Non l’avessi mai fatto, sono diventato oggetto delle loro fantasie, mi hanno fatto la doccia in tutti i modi possibili dal basso verso l’alto. Infatti se si mettono uno sopra l’altra non sono più alti di me.

Quando già mi preparavo ad affogare arriva Akane e si porta via i due scoiattoli, per fortuna che sono delicati e potrebbero ammalarsi, se no vedi se non mi ammalavo io.

Intanto Marco chiede a Marco se ha paura delle api. Marco risponde certo che no, basta essere protetti e Marco dice certo che si, la protezione ce l’abbiamo, quindi indossano le due tute da alieni una bianca e una gialla (povere api) e i due Marchi si avviano verso le arnie di Marco, Marco davanti e Marco di dietro, ciondolanti e buffi.

Max si chiede cosa potremmo mai fare noartri e trova subito due o tre cose pesanti da spostare, te pareva. Ma finiti tutti i convenevoli e rinunciato ad aprire l’ultima birretta della cassa, decido di tornarmene verso casa.

Saluto tutti e mi avvio verso Nonantola. Mica posso andare a casa senza aver prima salutato l’abbazia. Il resto è storia.

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