IO VI RACCONTO – quarta uscita sulla via Romea Nonantolana

Organizziamo l’assemblea generale

Titolone, è un evento importante, è di portata annuale, un po’ come il compleanno, ma non solo il proprio, quello di tutti. Pensa che bello, è festa per tutti e tutti fanno festa. Ci vuole qualcosa di grosso, che faccia effetto.

Siamo un’associazione di pellegrini, cioè principalmente camminatori. Si lo so che ci sono i pellegrini che vanno in chopper, ma quelli non sono iscritti nostri, quindi l’occasione è ghiotta per farci una bella camminata insieme.

Possiamo partire da Modena, seguire la via Romea Nonantolana fino in sede a Nonantola, fare l’assemblea, il pranzo assieme e poi tornare a Modena.

L’idea sembra essere gradita, in 16 di dimostrano interessati, almeno su fb e quindi cominciamo a preparare le minuterie.

A me però l’idea piace poco, insomma ci penso ma continua a non piacermi. Io penso che sia meglio se la faccio in bici, a prima vista, preferisco. Non so, mi viene così.

Non dico nulla in giro per evitare qualsiasi interferenza negativa con chi se la farà a piedi, ma la sera prima mi chiama Marco, non il console massimo ma uno dei soci direttivi. Devo dirgli la verità, rimane spiazzato solo per un secondo e mezzo e poi immagino che si illumini in viso quando mi dice “ma sai che è una bella idea?”. E io: davvero? Uhm. Insomma finisce che ci organizziamo per vederci la mattina a Modena.

La mattina del 27 sono un po’ pensieroso, non ho detto a Marco il Grande che non vado con lui a piedi e non gli ho detto che neppure Marco, visto che viene con me, andrà con lui. Bisogna che glielo dica prima che si faccia dei conti sbagliati.

Drin, è Marco, azz. Che gli dico? (una vocina dietro l’orecchio mi fa: “la verità, senz’altro la verità nient’altro che la verità”).

Comunque parla lui: “Ho saputo che tu vai in bici e che Marco viene con te”. Brivido. “Ma sai che è una bella idea e quasi quasi vengo anch’io in bici? Rispondo ormai disteso che in mezz’ora sono in centro e che ne parliamo meglio.

Quindi, a quanto pare, la camminata era saltata e la mia idea di bici era diventato un giusto ripiego. La mattinata era bellissima e tutto prometteva bene. In piazza Grande c’erano le bancarelle, che festa sarà? Ma che importa, mi metto a girovagare aspettando notizie.

Infatti presto arriva Marco con la sua biciclina, tutto contento, occhiali da sole e borsello, immortale. Richiamo allora Marco, sta facendo colazione e comunque sta aspettando Ema che viene con noi. Proclama mezz’ora di armistizio e riattacca. Informo Marco che abbiamo anche una donna e che quindi ce la possiamo prendere con calma. Dobbiamo aspettare.

Mi piacciono le donne, uhm nel senso che mi piace l’effetto che producono quando si inseriscono in gruppi di soli uomini. Penso che migliorino il clima, il comportamento generale e altri diversi aspetti esperienziali. Di questo parliamo con Marco mentre passeggiamo guardando le donne in bici e cercando di immaginare come sarà mai questa Ema misteriosa.

Mezz’ora passa in fretta, ripeschiamo le nostre bici e ci portiamo sotto casa di Marco, abita in centro, proprio sulla via Romea che infatti passa per il duomo. Mentre aspettiamo arriva uno in bici che ci saluta, lui è amico di Marco e viene con noi. Io azzardo un “tu sei Ema?” e lui risponde di si utilizzando tutti i denti che ha. Marco mi guarda e ridiamo di gusto, Ema ci guarda interrogativo e gli spieghiamo che aspettavamo una fatina. Ridiamo tutti. Finalmente arriva l’altro Marco, contento che siamo già tutti amici e partiamo.

Dopo 3 minuti prima tappa. Marco lascia la valigetta pesante a casa della sorella, che infatti verrà in macchina e con calma. Dalla sua faccia assonnata direi che sia appena al secondo o terzo caffè, non di più. Noi invece imbocchiamo subito la ciclabile che ci porta presto in periferia.

Le ciclabili cittadine non sono fatte per andar veloci, essendo percorse da altri ciclisti, pensa un po’, gente a piedi, in coppia, in famiglia, in triciclo, col cane e pure col guinzaglio. Non sono fatte per andar tranquilli, c’è una intersezione col traffico automobilistico ogni due per tre e ogni volta bisogna stare attenti, che a fare a pugni si perde. E insomma, non lo so per che cosa sono fatte, forse per diventare adulti, come cerimonia di iniziazione; una volta ti facevano affrontare un lupo a mai nude, oggi i lupi non ne vogliono più sapere e ci restano le ciclabili. Se attraversi Modena senza toccare qualcuno o qualcosa, senza inciampare sui marciapiede senza fare un incidente e soprattutto senza dire una parolaccia allora puoi affrontare il mondo, sei pronto.

Tutto questo viene a cadere ad uscire dalla città, le distanze si allungano e i problemi si diradano, allora la ciclabile sembra finalmente qualcosa su cui si possa pedalare in bicicletta.

Ma. C’è un ma. Io devo fare le foto, non tante, ma qualcuna si. Poi mi chiederanno di pubblicarle sul sito, poi mi chiederanno di descrivere la giornata. L’ultima cosa che devo fare è arrivare in fretta a Nonantola. Bisogna che me la prenda con comodo. Alla prima foto mi distanziano, poi li riacchiappo e quindi li posso licenziare, io proseguirò più lentamente e farò le foto che riterrò di fare.

Quindi rimango solo. Sulla Via Romea Nonantolana, che prima era il mio personalissimo collegamento con l’area rurale tra Castelfranco e Nonantola evitando la via Emilia e la via Nonantolana sempre drogate di automobili. Un percorso che ho fatto innumerevoli volte, una zona che conosco metro per metro, casa per casa, strada per strada. Per me è stato come rimanere solo con una vecchia amica a cui si vuole bene. Ora il mio viaggio per Nonantola non era più un tratto da fare utilizzando la via, ma un viaggio da fare insieme alla via che mi avrebbe quindi accompagnato e non solo portato.

Attraversato il ponte della ferrovia, batto una mulattiera che poi diventa via Olmo e quindi Bonvino. Su questa via c’è uno stallone che ospita anche cavalli e infatti incontro Antares, una bellissima cavalla giovanissima a detta del tipo che la portava a passeggio ma buonissima, tanto che si fa fotografare da vicino senza innervosirsi.

Quando arrivo a Casanova dovrei lasciare la Bonvino per la Ortigara, ma decido di tirare dritto perché mi pareva che ci fosse una bella casetta con dei fiori che valesse la pena di fotografare, ora che è primavera. La casa c’è ancora, ha una bella aia che guarda in strada e infatti, ha molti fiori esposti, ma l’effetto non è un granché. Sono tutti fiori in vaso, disposti un po’ a caso. Ci penso due secondi e decido di non fotografare nulla. Proseguo con calma guardandomi in giro.

Intanto mi chiama Marco, si è diviso da Marco ed Ema che avevano fretta di arrivare. Mi sta aspettando all’incrocio della Mavora, che non è Romea ma è comunque vicina. In breve lo raggiungo e mi spiega che vorrebbe mostrarmi una vecchia osteria, pittoresca. Mi meraviglio di non conoscere una simile meraviglia, ma capisco che quel pezzo di strada non l’ho mai fatto in bici perché porta direttamente sulla Nonantolana, che in effetti non ho mai pensato lontanamente di percorrere in bici. Comunque l’osteria è davvero interessante. Lasciando stare l‘aria di generale decadenza, si nota subito che è ammobiliata ancora come decenni fa e che il tipo, un anziano nostalgico ha pochissima voglia di ristrutturare. Beh, per avere un caffè bisogna che aspettiamo che si riscaldi la macchina (eh eh) ma ci sta, così ho il tempo di guardarmi le suppellettili di quel relitto del tempo. Le reclame delle bevande americane del dopoguerra, le foto di attrici (allora) famose ed altre chicche che son più da vedere che da descrivere.

Quando siete sulla Nonantolana, passato il ponte sul Panaro prendete a destra la viuzza per Bagazzano, dopo poco sulla destra c’è uno slargo, per le carrozze immagino, e l’Osteria di Bagazzano, dall’insegna scritta con caratteri inspiegabili. La serranda semi aperta, fuori un vecchio frigo e le nostre bici. Penso che mio padre e mio nonno sentissero le stesse cose che sento io, avevano solo meno soldi e il vecchio e l’osteria eran più giovani di adesso.

Alla fine abbiamo fatto tardi, ci aspettano, ci chiamano, ma ormai mancava poco e in breve eravamo tutti assieme a ricordare il passato e ad inventarci un futuro.

Ema non è lì per caso, lui scrive, è un romanziere, non è uno scrittore professionista ma a quanto pare è uno togo. Ha anche delle idee che sforna in assemblea. Parla di una guida sulla Romea, ne parla come se si potesse fare per davvero. Mi piace Ema e mi piace quel che dice.

Poi arriva un ragazzo, la barba sembrava essere lì per dare importanza a un viso che forse non spaventava abbastanza nessuno. Si presenta come il sindaco di Spilamberto. Un sindaco? Con quella faccia? I sindaci che conosco io sono tutti grassi arroganti e ottusi. Umberto no, dice di fare trekking, dice di essersi perso a Fanano perché il suo collega ha deciso che non gli va di pulire la Romea, mi viene quasi da ridere se non che è una cattiva notizia. Insomma ci parla, si spiega, ci tiene alla Romea, intende impegnarsi in un qualche modo. Non è un sindaco, solo una brava persona che fa il sindaco.

Insomma a parlare si fa presto a fare tardi. Fuori in cortile Akane affilava le sue katane, anche Kiyo preparava e cucinava. Quando l’odore della carne è inequivocabilmente entrato in aula. Il Presidente, che ci vede poco ma capisce molto ha urlato un tutti a tavola che in tre secondi erano sparite pure le mosche.

Mi piacciono queste cose arrangiate ognuno ha preso chi una sedia, chi i piatti, chi i bicchieri, chi si è buttato sulla cassa di birra che sembrava non sarebbe finita mai, la tovaglia, le posate, chi rideva chi mangiucchiava già e io che guardavo, ridevo, prendevo, bevevo, fotografavo ed ero sempre in ritardo. L’ultimo a sedersi, il primo a proporre un brindisi ad Akane.

Una grigliata da concorso, bella come può essere bello un piatto, un’estetica tutta particolare. Una grigliata non deve essere delicata o distinta o romantica, deve essere di una bellezza grassa, colante, molto emiliana, deve evocare soddisfazione, non poesia ma goduria. Una grigliata non ci deve fare innamorare, ci deve fare schiantare. E poi le verdure grigliate, peperoni, zucchine, il pane, i panini, il riso primavera. Epica. Akane santa senza che muoia, non so se si può, ma si dovrebbe.

Intanto mi è tornata fame, uffa.

Poi il resto viene sempre da sé, si alza uno e dice che deve andare da sua madre, dopo qualche minuto, un altro afferma che sua moglie lo sta aspettando, altri dieci minuti, si alza uno che dice che deve andare a prendere sua figlia. Bene, penso, mancano una sorella e la zia, invece però abbiamo finito i maschi. Si alza poi una donna che si appella  a sua madre e un’altra donna che chiama in causa la sorella. Mi sa che per le zie non ce ne sia.

Dietro qualcuno che se ne va, c’è sempre una donna che aspetta, cioè che aspetti o no non è dato saperlo, non si sa, ma una donna c’è, c’è sempre. So che non è vero sempre, che esiste al mondo qualcuno che si alza e dice, mi sono stancato e ho voglia di andare via, ma sono rari e malvisti. Qualcuno senza una donna? Ma hai visto mai.

Insomma presto rimaniamo in tre più i dispari. C’è caldo. Uno dei dispari, uno scoiattolo di 4 anni mi chiede da bere, prendo una bottiglia d’acqua e glie la verso prima in bocca e poi in testa, ride da matti, gli è piaciuto lo scherzo. Arriva l’altra dispari, la sorella, anche lei vuole bere. Lei si becca mezza bottiglia lungo la schiena. Non l’avessi mai fatto, sono diventato oggetto delle loro fantasie, mi hanno fatto la doccia in tutti i modi possibili dal basso verso l’alto. Infatti se si mettono uno sopra l’altra non sono più alti di me.

Quando già mi preparavo ad affogare arriva Akane e si porta via i due scoiattoli, per fortuna che sono delicati e potrebbero ammalarsi, se no vedi se non mi ammalavo io.

Intanto Marco chiede a Marco se ha paura delle api. Marco risponde certo che no, basta essere protetti e Marco dice certo che si, la protezione ce l’abbiamo, quindi indossano le due tute da alieni una bianca e una gialla (povere api) e i due Marchi si avviano verso le arnie di Marco, Marco davanti e Marco di dietro, ciondolanti e buffi.

Max si chiede cosa potremmo mai fare noartri e trova subito due o tre cose pesanti da spostare, te pareva. Ma finiti tutti i convenevoli e rinunciato ad aprire l’ultima birretta della cassa, decido di tornarmene verso casa.

Saluto tutti e mi avvio verso Nonantola. Mica posso andare a casa senza aver prima salutato l’abbazia. Il resto è storia.

Nasce l’atlante digitale dei Cammini d’Italia

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Verrà presentato il 4 Novembre l’Atlante Digitale dei Cammini d’Italia, presso la Sala Conferenze del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, Largo Villa Peretti, 2.

Si tratta del primo elenco ufficiale dei Cammini che attraversano la penisola, 6.600 chilometri (ma aumenteranno!) interamente da fruire on-line ma soprattutto da percorrere a piedi.

Si tratta del primo risultato concreto dopo “l’anno dei Cammini d’Italia” – il 2016 – voluto dal Ministero dei Beni Culturali, secondo il quale “sono considerati “cammini” gli itinerari culturali di particolare rilievo europeo e/o nazionale, percorribili a piedi o con altre forme di mobilità dolce sostenibile, e che rappresentano una modalità di fruizione del patrimonio naturale e culturale diffuso, nonché una occasione di valorizzazione degli attrattori naturali, culturali e dei territori interessati“.

Fra le decine di vie, storiche, tematiche o religiose, è presente anche la Via Romea Nonantolana!!!
Ringraziamo di questo il prezioso lavoro svolto dall’APT dell’Emilia Romagna, che ha inserito anche il nostro territorio nella rete dei 13 cammini della Regione.

 

 

IO VI RACCONTO – terza uscita sulla via Romea Nonantolana

03 settembre
di Giovanni Buccarello

Da Modena a Vignola e da Vignola a Roccamalatina

sottotitolo: quella volta che vi raccontai ma io non c’ero

Ecco, questa volta mi pare difficilotta, per aiutarmi metto su Philip Glass con i suoi quattro movimenti di Mishima. Una musica abbastanza “strana” ma rassicurante che mi permetterà di scatenare la fantasia senza però crederci fino in fondo.
Mishima, in quanto giapponese è anche un omaggio poco velato all’arte e alla genialità giapponese, che questa volta ci ha toccati e benedetti sul serio.

L'immagine può contenere: sMS

La storia inizia da lontano, precisamente da quando è finita la seconda esperienza sulla Romea, ma niente paura, non vi racconterò la Genesi e neppure le avventure di Anna Karenina, mi limito solo al finale e cioè che stavolta io non sono a camminare ma mi dedico alle attività di background,a preparare, sistemare, ricucire e tutto il resto senza litigare con i compagni di cordata (si, anche questo è un merito da considerare) delegando così ad un altro Giovanni (eh si, ci vuole) il compito di farsi male camminando sulla Romea… già, le tradizioni vanno rispettate.
Dopo tutto un’esperienza insolita per me. Quando ho potuto, infatti, ho sempre delegato alla genialità femminile, sicuramente superiore alla mia, il disbrigo di queste importanti ma poco riconosciute pratiche.
Facile dire “buono questo spiedino”, più difficile è pensare a tutto ciò che è stato fatto per farlo arrivare lì al momento giusto e soprattutto facendo sìi che fosse buono e generasse il vostro commento.

Ricordo la riunione preparatoria, l’ultimo lunedì di agosto. Tanto per cambiare me n’ero dimenticato e, solo grazie a un messaggio WhatsApp, sono riuscito ad arrivare non troppo tardi che le decisioni fossero già state prese.
Eravamo sotto un gazebo messo su un prato poco distante dal casolare in prossimità della strada che in breve porta a Nonantola. Eravamo abbastanza vicini da non avere paura e sufficientemente lontani per sentirci liberi.
Ho fatto fatica ad abituarmi, vedevo tutto rivestito di colori brillanti, vintage e cercavo la faccia sorniona di Fellini dietro i cespugli, mi sembrava di essere in un quadro rurale ispirato alla civiltà contadina che sicuramente adornerà la parete di un qualche museo Emiliano.
Tutti sembravano quieti, parlavano un po’ Marco e un po’ Max (ma che strano) dicevano cose incomprensibili, infatti nessuno faceva domande o osava interromperli. Io forse mi sono anche addormentato. Poi forse una vespa ha punto Marco che si è alzato in piedi e ha detto “allora facciamo 2 panini, un dolcetto, un fruttino e una minerale! D’accordo? Ecco che allora mi sveglio, finalmente parole facili e soprattutto interrogative. Qualcuno ha osato suggerire companatici arditi, vegani o rusticani, poi alla fine si è sentito dire “ok ci pensa Akane” e tutti hanno taciuto.
Nessuno osa contraddire Akane in cucina, tutte le volte è riuscita a dimostrare che aveva ragione lei e mica a parole. Ha portato dal Giappone un arte culinaria ben diversa dalla nostra, che cattura e ammalia per la sua semplicità. Ok con Akane andiamo sul sicuro e abbiamo accomodato la prima sosta della camminata di sabato.
Che si fa invece domenica a pranzo quando arriviamo al Parco dei Sassi?
GRIGLIATA!
Un urlo sincronizzato, all’unisono si è levato nell’aria, gli uccelli hanno smesso di cantare, il gatto si è nascosto sotto il tavolo e perfino i vivacissimi figli di Max hanno smesso di scorazzare fra i presenti.
… Sicuri…? SI!
E grigliata sia.
È spuntata una bottiglia di Lambrusco di Sorbara della Cantina di Limidi Soliera e Sozzigalli a sancire l’accordo raggiunto fra le tribù dei Sozzigalli appunto.
La serata è continuata fra sbadigli e abbandoni, poi si è levato un vento forte, i bicchieri hanno cominciato a rotolare e allora siamo andati via.
Pronto? Macellaio matto? Scusi ma il matto è lei o suo fratello? Io sono il fratello. Ah giusto lei.

A Guiglia c’è il macellaio matto, mica mi faccio scappare l’occasione di fare spesa da lui, ordino salsicce, spiedini e pane di Roccamalatina; quando la mattina di domenica passo da lui è già tutto pronto, ha messo il condimento su tutto e preparato che sia comodo da trasportare. Sto qua è mica matto, il servizio è impeccabile, i prezzi un po’ sospetti, un po’ bassini, la salsiccia a 7 euro e gli spiedini a 11,50, come sarà la qualità? Mah, vedremo.
Comunque, giovedì era già tutto pronto, mancava solo il numero di partecipanti per definire le ordinazioni. Venerdì è passato fra telefonate preoccupate, tutto era stato fatto e tutti cercavano qualcosa che non era stato fatto senza riuscire a trovare nulla.
Arriva sabato, la mattina sono stordito, avevo sognato di aver percorso la Romea tutta e quindi ero ovviamente stanco. Intorno alle 10 sono riuscito a vestirmi e a fare colazione.
Tempo poco bello, un nuvolone nero stazionava proprio di fronte alle mie finestre. Mi è venuto di canzonarlo ma ho evitato per non farlo arrabbiare.
Pensavo ai ragazzi abbondantemente partiti, dove saranno? Calcolavo percorsi e tempi di percorrenze mentre faticosamente mi spostavo tra la camera e la cucina.
Ho percorso il tratto Modena-Nonantola rispettando i limiti e sono arrivato a casa di Max comunque in anticipo.
Akane Douchi aveva già fatto i panini (ottimo) preparato anche i piatti bicchieri e posate (ottimo) predisposto le bottiglie di acqua minerale da distribuire (ottimo) e al mio laconico “cosa devo fare?” mi risponde sorridendo rassicurante “nulla, devi solo portare Massimiliano (da me detto Max), e Kiyo a San Cesario e fare in modo che il sacco pranzo venga consegnato ai pellegrini”. Sembrava voler aggiungere “coraggio, ce la puoi fare”.
In effetti mi perdo subito nelle campagne di Redù. Max non se ne accorge, Kiyo non lo sa e per fortuna il mio stradello sbuca su una strada conosciuta senza morire nei campi.
Piove, poi smette, meno male, era solo uno scroscio, poi ricomincia e insiste, pensiamo ai nostri compagni e smette. A Castelfranco piove, a San Cesario no, poi arrivano loro e ricomincia a piovere.
Vabbè visitiamo la bellissima basilica di San Cesario, coeva del duomo di Modena e dell’Abbazia di Nonantola ma non grande come loro, venendo così oscurata da queste sorelle ingombranti per tutti i secula seculorum. Si, ancora oggi quelle sono più famose e importanti, ma questa chiesa ha una dignità estrema, che dura ancora, mica si vergogna di essere piccola, conquista il visitatore e si fa amare.
Marco si inventa Cicerone e ci piazza il risultato dei suoi studi del venerdì sera. Incredibile le cose che sa su questa chiesa (se ne è innamorato pure lui), ma come fa? Ho ricontrollato la sua schiena, non ha un pulsante di spegnimento, proverò con un telecomando a infrarossi appena lo trovo.
Ma arriva il momento dei panini, questo a te, questo a te, prego messere, signora questo è suo. Nessuno parla , mugolii di assenso scantonano per il porticato sotto cui ci siamo rifugiati al centro della piazza cittadina.
Dentro al sacchetto due involtini, comincio dal piccolo, c’è una crema di qualcosa di verde e bianco, maionese direi, tonno, cetriolini e qualche mistero, delizioso. Mangio piano per non finire subito, poi scarto il secondo involto, il panino è un po’ più grande e contiene una fetta di bacon, crema di pollo macinato a frittatina delicata. Incredibilmente buono, mastico molto lentamente e accuratamente, ma tutto finisce davvero troppo in fretta.
C’è un altro sacchetto. “Il dolcetto” penso un po’ scettico, non mangio dolcetti. Di solito. Apro e ce ne sono addirittura quattro, ognuno diverso, già questo mi stupisce, penso al tempo e alla briga di preparare 52 dolcetti in quattro fogge per tutti, penso che forse Akane non è umana, penso infine che non sono umano io e mi lagno di essere arrivato alla mia età senza conoscere i piaceri sottili che scopro solo oggi nell’assaporare questi minuscoli dolci dai sapori delicati (non sanno di zucchero) che magari sono pure salutari.
Una popolare mela alla fine mi aiuta ad uscire dalla trance, chiedo un applauso per Akane e propongo di visitare il bar di fronte dove la barista ci guarda di sottecchi già da un po’.
Al bar ci chiede: e chi siete? e da dove venite? e dove andate? La Romea? e chi è la Romea? Quando lo impara, “ah che bello”, “se potessi verrei con voi” e via andando. Questa ragazza ci ha fatto sentire bravi belli e fortunati, il tutto per un solo euro, ah e ci ha pure fatto un buon caffè.
Il gruppo riparte, fra 3-4 ore sono attesi a Vignola all’ostello, anzi all’hostel, anzi bio hostel, come scoprirò poi. Stasera all’ex mercato coperto di Vignola è stata organizzata una serata pro bicicletta e siamo stati invitati come associazione ad gestire uno stand. Kiyo decide di andare a camminare e io e Max andiamo a Vignola a preparare.
Un bel pallone gonfiabile, a punta, arancione, sembra la casa degli Hobbit, infatti ci piove dentro, ma solo quando piove anche fuori. Ci mettiamo il nostro bel roll-up che rappresenta pure il nostro patrimonio, troviamo una tovaglia di carta trapuntata, dei libri da vendere, due opuscoli, alcune stampe di percorsi e qualche vecchio libro.
È ancora presto, infatti i primi a visitarci sono gli altri standisti (per loro Via Romea Nonantolana è una frase magica come otorinolaringoiatria), vogliono sapere chi siamo e cosa significhiamo.
Dietro di noi provano l’audio del palco, parte un assolo di chitarra elettrica, Santana, Hemdrix, Graziani? boh, poi, dopo una serie di ballabili anni ’90, macarene e Max Pezzali, penso: “ma qualcosa di recente no?” sapete che recente fa rima con decente? Ma niente. Però Asereje delle las Ketchup, un rastafari afrogitano dal successo planetario mi tranquillizza, anzi mi ritrovo a ballare come un tamarro quindicenne. Una signora curiosa della Romea mi fa tornare alla realtà, ma io preferivo Lucia Munoz la brunetta delle Ketchup. Chissà adesso dopo quindici anni, com’è e cosa fa?
Arrivano alcuni personaggi legati al Parco dei Sassi, al movimento ambientalista, al popolo escursionista, ci salutiamo contenti e mi sembra un remake, mi sembra di tornare indietro nel tempo e mi spavento a pensare all’età che ho raggiunto e alla quantità di cose che ho fatto e di persone che ho conosciuto. E dire che ho sempre pensato di non avere avuto mai abbastanza tempo per i miei “miti” la natura, la montagna, la prestazione fisica. Poi arriva Fabio Zara a sostituirmi.
Mentre suonano la danza delle streghe di Gabry Ponte rischio un’emicrania, ma ora posso andare a casa a riflettere e a riposare. Domani è un altro giorno. Uhm.

L’appuntamento è alle 9.30 in zona Tempio. Ovviamente Rita non c’è. Ma che ci vuole? Penso, poi mi metto nei panni di lei e penso: io aspetterei in strada, in zona Tempio (che non è la più bella di Modena), un tizio che non si sa nemmeno che venga per davvero? Probabilmente no. La chiamo e dopo due minuti era con me, quindi posso dire per certo che era pronta, altroché.
Andiamo a Nonantola e ovviamente il portone di Max è chiuso. Max è via con la piccola Kiyo a camminare e io ho appuntamento con Akane che è rimasta a badare al piccolo e consegnare la griglia a me. Mi metto nei suoi panni, sono sola in casa col piccolino, che faccio, lascio il portone aperto in attesa che Giovanni arrivi non so quando? Naturalmente no. La chiamo e apre subito, come volevasi dimostrare.
Si lo so che siamo in un paese del primo mondo, dove è garantita la democrazia, i diritti civili e tutte quelle belle cose lì, ma il portone aperto non lo si può lasciare. Specie se dentro c’è una donna con un bambino. Porca di una paletta storta, se questa è la civiltà.
Di funesto oggi ci sono solo io, tutti sono sorridenti, gai, ilari, briosi e sinonimi vari, ma presto dimentico i pensieri neri ed entro in sintonia con la bellissima giornata che si prepara oggi. Carico le cose che devo portare su, gioco un po’ col bimbo e partiamo con Rita alla volta di Vignola. Lei fa da comunicatrice relazionale pubblica integrata (la telefonista) mentre io guido.
Scopriamo che uno zaino è stato lasciato di proposito al Hostel perché il proprietario, dolorante ad un ginocchio aveva paura di non farcela portandoselo dietro. Bene obiettivo zaino 2.0 operativo, avanti dritto puntiamo il Sud-Sud-Est.
Andiamo quindi a “beccare” l’hostel che avrà anche un bel nome e una bella fama, ma secondo voi c’è in tutta Vignola uno, e dico uno, cartello che indichi dove sia?
Probabilmente sperano nella Provvidenza.
Io sono anche poco paziente, se non era per Rita mica lo trovavamo.
Siamo stati più fortunati con l’accoglienza, c’era una sola persona, sembrava svanita, ma sapeva benissimo dov’era lo zaino di Giovanni.
Finalmente calmo, mi guardo attorno, un posto davvero delizioso, di un bello da spiegare, che non dipende da chi guarda, un bello a prescindere. Case (più di una) belle, alberi belli, prato bello, bello tutto. Ma ce ne andiamo lo stesso, ci aspettano vari avvenimenti e noi due siamo un po’ la chiave per farli avverare. Possiamo dirlo, oggi io e Rita siamo magici, possiamo fare avverare i sogni oppure no.
Imbocchiamo la fondovalle, seguiamo diligentemente tutte le curve, ci fermiamo agli stop, al ponte di Casona voltiamo a sinistra, dopo il ponte voltiamo di nuovo a sinistra e in fondo alla discesa di nuovo a sinistra, sotto il ponte, perché a destra c’è il sole. Siamo in un posto assai bello, faccio foto che vengono benissimo. I colori oggi sono stupendi.
Aspetta che ti aspetta viene voglia di un caffè, c’è giusto un locale pubblico tirato su nella golena del Panaro (non sapevo che si potesse). Fanno da mangiare, hanno varie sale, il bagno è di là del prato, staccato dal complesso (non sapevo che si potesse), sono solo due stretti bagni, immagino il ristorante pieno, non credo che due bagni bastino (ma c’è il Panaro – è vero!). Insomma poche cose mi quadrano, ma non importa, ci fanno i due caffè e se li fanno pagare più che a Modena, poi usciamo e andiamo via.
Risaliamo in strada, quindi voltiamo tre volte a destra, il conto torna. Ecco i primi, Gilberto guida il gruppo, chiediamo di Giovanni, proprietario dello zaino, è indietro dieci minuti dicono, risaliamo ancora e la risposta non cambia, tanto che penso che Giovanni sia veloce come noi. Ad un certo punto non posso più proseguire in macchina, mando Rita a caccia. Prendi Giovanni e portalo qui vivo o morto e soprattutto in fretta. Santa Rita ce la fa in cinque minuti.
Giovanni poverino è dolorante e ha poca voglia di scherzare, ma io ho il matto a Guiglia, che ha le mie salsicce e i miei spiedini, e mi chiude, se in breve non siamo da lui.
Ma ce la facciamo, certo che si, mica pugnette, le salite scatenano il lato oscuro della mia automobilina che diventa cattiva, quando gli altri cominciano a scalare noi cominciano a giocare.
Il negozio è bello ed accogliente, dentro 4-5 addetti gentili ed efficienti. Clienti anche di più, sembra un posto attivo e simpatico. Dico la parola magica “via Romea Nonantolana” e uno degli omini si materializza davanti a me. “Cercavo il matto”, “sono io” e ridiamo assieme. Mi consegna lo scatolone, mi regala una bottiglia di Barbera, lo pago e saluti alla prossima.
Poi di corsa verso il centro Parco “Il Fontanazzo”, esaminiamo il luogo, poi andiamo al parcheggio, ci sono altre griglie e altri tavoli, ma decidiamo in fretta, meglio il centro parco, perché … perché è meglio e basta. Tornati li, cominciamo a disfare i cartoni, ad acconciare tavola e ad accendere il fuoco per la griglia.
Abbiamo due tavoli da dieci, noi siamo in 22, ma questo non mi preoccupa. Arrivano Marco Bernardi con Akane e il piccolo che mi punta subito. Ma io sono in versione Guerra di Troia, si di Troia, non riesco ad accendere il fuoco e glielo dico subito: “vuoi essere Ulisse o Achille?” Non capisce e glielo spiego. Ulisse è uno che se va in giro e torna dopo vent’anni, invece Achille è uno che muore per colpa di uno spiedino nel piede. Mi guarda e fa “Ulisse” e aggiunge: “vado a giocare con la mamma”.
Il tavolo è pronto, il fuoco no. Arriva il gruppo (porca di una paletta zoppa) cerco di salvare la situazione chiedendo di cominciare con la pasta fredda, dei paccheri fatti dadio, con sugo vegetale e del riso ugualmente bono e freddo pure lui. Ma arriva Marco il boyscout, comincia a cercare stecchetti, con calma, li trova, non commenta, li spezza li ammucchia, finalmente la carbonella prende il fuoco, si sviluppa una bella brace, Avrei abbracciato Marco ma per paura di distoglierlo l’ho lasciato lavorare. Metto su le salsicce, sempre lui ha l’idea di mandare via il gruppo per fargli visitare la Pieve di Trebbio, la guida infatti, Morena Orsini, era già arrivata e stava aspettando.
Così facendo loro si sono fatti la visita guidata con calma e con… la fame (era già una certa ora) ma con la certezza che avrebbero mangiato, eccome se avrebbero mangiato. Speravo solo che non mangiassero Morena. Noi intanto senza stress avremmo preparato bene a modo la grigliata. Quando ci metti metodo, passione e il tempo che ci vuole, la grigliata viene bene per forza.
Lo dico per davvero e lo dimostra il fatto che dopo mezz’ora al massimo di mangiata, non era rimasto più nulla. Tutto spazzolato. “Akane Douchi, cosa c’è in quella sportina?”, “il pranzo di Marco, ha detto che andava a vedere la Pieve, ma non è ancora tornato”. Santa Akane, se non fosse per lei a Marco sarebbero restati da mangiare solo i bastoncini degli spiedini. Ma vado a vedere come mai Marco tarda tanto.
Arrivato alla Pieve capisco subito. La Pieve è stupenda, la giornata bellissima, i panorami meravigliosi. Morena gli sta giusto raccontando qualcosa sulla fonte battesimale, tutta in arenaria e di forma esagonale.
Buh faccio (eheh) lei si gira stupita e anche un po’ divertita, ma a lui quasi prende un colpo, non si aspettava di vedermi, anzi sembra addirittura scontento di vedermi, chissà come mai.
Ma tant’è, gli dico di Akane e della sua sportina e gli propongo di rimanere io con Morena che tanto dopo gli avrei fatto il riassunto del resto della puntata. Stranamente, neanche questa gli va bene, ma poi dopo altre due chiacchiere torniamo assieme al Centro visite. Dove può finalmente consumare il pasto che si era così degnamente meritato. Evviva i boy scout.
Dopo poco, tutti diventano irrequieti, devono andare a Roccamalatina (un’oretta a piedi) e da lì prendere l’autobus che li riporterà dove sono partiti ieri mattina o stamattina.
A noi automuniti resta di raccogliere baracca e burattini, portare via i rifiuti, riportare a casa i resti, salutare la ragazza del Centro visite cui non ho neanche chiesto il nome (bah) e, Morena, già, dove sarà Morena?
La vado a cercare, è con un’altra ragazza, di cui mi ha anche detto il nome, ma io non lo ricordo (sono fatto cosi) e un bel cane, si direbbe un pastore, ma di cosa non so, bello alto, magro e grigio. Non so e non mi importa, mica me lo porto a casa. Mi interessava baciare Morena, che si concede divertita.
Sappiamo entrambi che non ci vedremo più ma siamo contenti di esserci conosciuti.
E qui finisce l’avventura del signor Bonaventura.
Direi che sono rimasto davvero soddisfatto, mi è dispiaciuto non camminare, ma sono cose che si superano; e poi conoscevo i posti attraversati meglio di casa mia (a parte Vignola, zona Hostel).
Organizzare da dietro e davanti è stimolante e reca diverse soddisfazioni. Mi è capitato poche volte e la archivio volentieri come esperienza positiva, così come ho cercato di spiegarvi nel corso di queste 3300 parole (Word docet).

Annuncio finale.

Venite sulla Romea o andate sulla Romea (un po’ come vi pare), camminare è bello, la compagnia è bella, la Romea è bella, ciò che c’è sulla Romea è bello, ma anche tante persone che sono sulla Romea sono belle. È una lotteria in cui si vince sempre. Garantito al limone.
L'immagine può contenere: nuvola, cielo, natura e spazio all'aperto

IO VI RACCONTO – seconda uscita sulla via Romea Nonantolana

19 APRILE
di Giovanni Buccarello

Nonantola-Bomporto e ritorno

Sono le 6 e mi chiedo perché sono sveglio. Ma non importa, mi rimetto sotto e mi riaddormento subito. La sveglia suona alle 7.00 regolare e suona e suona finchè alle 7 e mezza mi riconnetto con l’universo e realizzo che nonostante tutto sono di nuovo in ritardo. Fortuna che stavolta ho lo zaino già pronto, si tratta solo di vestirmi. Ieri era ben freddo, oggi come sarà? Penso a chi ha inventato la cipolla, così ne metto due strati nello zaino e uno addosso. Quando esco tremo, te pareva?
Fortuna che Beppe mi capisce e mi prepara un super mega cappuccino con doppio caffè e crema di nocciole. Così parto rinfrancato e mi irrito anche poco per il traffico bestiale del mercoledì mattina, così i 30 minuti per arrivare a Nonantola diventano 50 quasi 60. Intanto telefono per sapere dei miei compagni, sono imbottigliati in tangenziale a Modena, quindi mi rilasso, parcheggio al sole e aspetto.
Avevo detto di parcheggiare tutti vicini, infatti uno di qua, uno di là, telefonate incrociate, la confusione comincia subito. Indirizzo tutti verso l’abbazia dove infine ci ritroviamo. Tutti vogliono aver ragione sull’ora, sul parcheggio e su tutto, me ne frego e chiamo il nostro Presidente maximo, appunto Massimiliano, vieni che devi salutare questa gente. Sbrigati che son matti da legare e ti menano se li fai aspettare.
Ovviamente esagero, mica son matti, anzi, personalmente li adoro. Sono tutti più o meno anziani, tutti pieni di vita e di voglia di muoversi, come ragazzini, curiosi come pochi, anarchici come tutti i pensionati svegli. Con loro non mi arrabbio mai, che pure sarei un precisino mica da poco. Luisa poi è la mia prediletta, dall’alto dei suoi 79 anni sa che tutto le è concesso e ne approfitta. E’ proprio una femmina Alfa. Abbiamo bisticciato sempre, per ogni cosa, senza serbarci mai rancore.
Io mi nuovo come un pastore che porta il gregge in ordine sparso, ognuno liberamente come gli pare ma tutti verso la medesima direzione e con tempi simili. Ogni tanto incito, a volte sgrido, ma non fischio come un pastore. Lei invece si sente comandante, li vorrebbe tutti in fila per sei, si arrabbia sempre ma non perde mai il sorriso.
Arriva il momento di partire, Massimiliano il nostro Presidente maximo, decide che viene anche lui, avrebbe anche da fare ma si è innamorato dei miei vecchietti e non riesce a staccarsi. Marco, il nostro guru che tutto vede e tutto sa, mi chiede per telefono di provare un percorso alternativo a quello ufficiale, certo che si opino, ma mandami uno straccio di carta che se no come faccio? Te la mando subito. Quando la mail arriva siamo ormai partiti da un pezzo, fuori dall’abitato e la sua ipotesi di percorso oramai lontana e irraggiungibila. La prossima volta! Torno così al mio piano personale, provare invece un percorso mio, perché credo sia migliore. Il tracciato ufficiale lo rispetteremo al ritorno.
Mi ricordo allora che non ho i patacchini segnavia, quindi convinco Marco ad andare all’AIPO di Modena, cercare una certa persona che deve venire a Bomporto a incontrarci e dargli gli adesivi da portarci. Se si può bene, se no anche questa la prossima volta!
Uff tutti questi pensieri mi portano a non godermi la prima parte del tracciato, a rischiare la vita di un manipolo dei nostri in un attraversamento ardito … Senti, noi vogliamo attraversare sulle strisce pedonali ok? Si scusatemi (becca e porta a casa).
In effetti la via è ben disegnata, a parte un incrocio pericoloso, scorre su una striscia ciclo-pedonale molto comoda e pulita, appena fuori dal centro attraversiamo una zona di villette con giardini bellissimi e coloratissimi, poi in aperta campagna ci immergiamo nella meraviglia di una giornata primaverile stupenda. Faccio diverse foto avidamente, un pony mi squadra da dietro un cortile, foto anche a te e di tanto in tanto fotografo i miei compagni sorridenti.
L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, spazio all'aperto e naturaArriviamo ad un sottopasso della tangenziale. Mi fermo e urlo a tutti: vi piace come ho apparecchiato la giornata, le piante e i panorami? Ho fatto tutto per voi. Parte l’applauso. Il sottopasso l’ho fatto fare ieri sera. Vi piace? (risata generale). E si va avanti godendo delle bellezze naturali e delle invenzioni artificiali. Lontano a Sud sono nitidi il Cusna e il Cimone, bianchissimi (vedi foto nei post precedenti), mentre a Nord si distingue un po’ meno la mole scura del Monte Baldo e qualche picco innevato più distante.
Ben presto arriviamo alla “mia” deviazione, sacrificheremo un paio di chilometri di asfalto trafficato a favore dell’argine del Panaro. Ottima idea, l’argine è pulito, comodo e agevole, questo pezzo piace molto anche a Massimiliano. Dopo un’oretta buona arriviamo alla seconda deviazione, andremo in visita ad un’osteria, una piola vecchio stampo. Dobbiamo lasciare l’argine, attraversare l’abitato di Casoni e percorrere per 500 metri una via trafficata e pericolosa (speriamo bene).
Ma ci arriviamo senza perdite, l’osteria ha davvero l’aria antica, ma dentro è moderna. Fa da bar e pure da tavola calda, espone dei superbi gnocchi fritti e delle tigelle che si mangiano. Massimiliano, che viene da Milano, chiede dove mai si trovino le tigelle che si bevono e gli rispondo che ad esempio a Pavullo, da dove viene la nostra combriccola, le tigelle mica si mangiano. Anche se viene da Milano capisce in fretta, sagace.
Decido però che non c’è tempo, abbiamo un appuntamento coi tecnici dell’AIPO, ci occuperemo al ritorno di spolverare la cucina e pure le madie. Mi accorgo allora di essere proprio sotto l’argine, in effetti la deviazione è stata un po’ a chiocciola, quindi ci basterà risalire per tornare sulla Romea. Difatti in poco tempo e senza più pericoli giungiamo a Bomporto dove però troviamo un guaio. Il terremoto ha lesionato il ponte sul Panaro, che ora è in riparazione, e il cantiere ha occupato l’argine che quindi non potremo percorrere. L’ultimo tratto di poche centinaia di metri lo facciamo quindi con le automobili che ci sfrecciano nuovamente a pochi centimetri.
Giungiamo infine alla “conca” di Bomporto, che sarebbe il luogo dove c’era il porto quando le barche solcavano ancora il Naviglio da Modena per immettersi proprio qui nel Panaro con cui arrivavano al Po e quindi al mare. Altri tempi. Ma sono rimasti manufatti interessanti, come le due porte Vinciane e le paratie. Ecco perché ho chiesto ai tecnici dell’AIPO di venire a spiegarci un po’ di cose. Arrivano i tecnici e ci mettiamo in tondo.
Il geometra, con i suoi occhiali da Matrix, se vede subito che è uno di quelli duri, vecchio stampo, molto pratico e sbrigativo ha anche un tono deciso che poco lascia all’immaginazione. Attacca subito spiegandoci per filo e per segno cosa è esattamente accaduto in occasione della rotta del Secchia del 19 gennaio 2014, tutte le operazioni eseguite, l’organizzazione dell’AIPO le potenzialità e i limiti, in primis la carenza di personale. Vengo io! arrischiio, mi sega le gambe con un “se sei ingegnere vieni pure” (ma lui non era un geometra?). Si dilunga in particolari, riprende le vecchie polemiche del periodo. Il disastro ne alimentò parecchie. Racconta dei giornali e delle loro invenzioni, delle difficoltà della popolazione, del loro lavoro spesso oscuro e misconosciuto, dei problemi che devono affrontare ogni giorno.
Massimiliano da Milano chiede se può fare due domande. Una! Mormorano i pavullesi con decisione. Il tempo è scappato. Faccio segno al geometra di tagliare che per noi è tardi. Prima mi fulmina con lo sguardo, poi ci ripensa (e pensa al suo di pranzo), racconta due cose in croce sulle porte vinciane e finalmente ci salutiamo ringraziando. Davvero bravo il tipo, ma avevamo i tempi stretti.
L'immagine può contenere: una o più persone, erba, spazio all'aperto e naturaFacciamo giusto un salto sull’argine del Panaro per vedere Palazzo Rangoni, già citato nel 1370, della potente famiglia Rangoni, è un complesso costituito da due palazzi contigui che formavano un tempo una corte chiusa articolata in tre corpi (una parte centrale più due ali laterali). Il nuovo palazzo (costituito da parte centrale e ala settentrionale) fu iniziato dai Rangoni nel 1611 e mai portato a termine. Di particolare interesse lo scalone d’onore e i soffitti a volta con fasce su stucchi che riportano con grande frequenza la conchiglia, simbolo dei Rangoni. Più interessante ancora che oggi risulti praticamente in stato di abbandono e non so se il terremoto abbia o meno procurato danni.
Tanto per dire che i pellegrini della Romea, di qui passando, possono salutare amichevolmente il palazzo e la famiglia proprietaria essendo anche loro molto legati alla conchiglia così cara ai pellegrini.
Ma ora via, si torna all’osteria per fare strage, ma tant’è, io devo dedicarmi ad attaccare gli adesivi con Luisa che mi aiuta e rimaniamo indietro. Arriviamo all’osteria con un quarto d’ora di ritardo e, udite udite, non hanno più nulla da mettere sotto i denti. Neanche un panino, un pezzo di gnocco già masticato? Nulla! E dire che pensavo di fare scorta di calorie. Stizzito esco senza neanche prendere il caffè.
Massimiliano parla al telefono con sua moglie, le dà indicazioni su come raggiungere l’osteria. Vai via? Chiedo, no, mi risponde felice, Kiyo è tornata da scuola e ha chiesto di me, quando ha saputo che ero sulla Romea ha preteso di essere immediatamente accompagnata da papà, quindi fra un quarto d’ora arriva la bimba che farà con noi il pezzo di ritorno. La notizia mi fa passare tutte le paturnie. Dopo qualche minuto ecco la nostra mascotte, che cara, è subito circondata dai vecchi santoni, è proprio una piccola principessa, racconta che le piace camminare, conquista subito tutti quei camminatori di lungo corso. Quindi ripartiamo, si va avanti.
La piccola si ricorda di me e del male ai piedi con cui mi ha lasciato l’ultima volta, infatti mi chiede subito delle mie condizioni. La fascite l’ho curata bene a modo e mi era passato tutto. Mi aveva lasciato in pace per tutta la mattina, ma è tornata ad infiammarsi durante la lezione giù alla conca, un’ora abbondante passata in piedi ad ascoltare è stata fatale. Ma non soffro troppo. Io sono forte, le dico, e lei sorridendo torna ad appiccicarsi al suo papino.
Il cielo si è affollato di nuvole, una bella arietta fresca corre lungo la pianura. Lontano, sui monti, si intuiscono precipitazioni. Arriva per telefono la notizia che a Pavullo nevica. Addirittura! Penso al caldo dei giorni scorsi, alle piante che son partite tutte e al gelo che ora le fermerà. Poi penso che qui, ora, sull’argine non si sta male, l’aria è fresca ma non fredda, camminare aiuta a godere di questo clima di mezzo, del sole che c’è e non c’è a seconda della nuvola di passaggio, la giornata è proprio l’ideale per noi. Filosofeggio, penso che condizioni abbastanza simili possono rappresentare la vita per alcuni e la morte per altri, penso che senza diversità potremmo essere tutti vivi o anche tutti morti. Concludo con un evviva alla diversità di qualunque forma e significato.
Attenzione, c’è il bivio, perso nel volo pindarico, non faccio i tempo ad avvertire un gruppetto che aveva proseguito e che ora gli tocca tornare. Uhm, bisogna che stia coi piedi per terra, dopo tutto sarei il direttore gita. Lasciamo l’argine erboso e bucolico per navigare nella campagna antropizzata, una grande quercia (o Roverella?) richiama l’attenzione dei passanti. Il tronco è più largo dell’abbraccio di Kiyo, poi voltiamo a destra e, dopo un bel po’, incontriamo un’automobile, poi un’altra e arriviamo a Campazzo.
Strano paesello, non c’è una casa vecchia a parte la vecchia e quasi famosa trattoria, le tre strade sono dritte e allineate, le case ordinate, con bei giardini, sembra di essere a Long Island, ma poi, che ne so? io mica ci sono stato. Contadini ingentiliti o borghesia transfuga dal Capoluogo? Brutto non è, ma neppure si può dire che lasci il segno per qualcosa. Comunque, attacchiamo due adesivi e il paese è già finito. Purtroppo la strada che segue è frequentata dalle automobili, almeno finchè non imbocchiamo la via San Lorenzo, quella del sottopassaggio pedonale della tangenziale, qui si può camminare serenamente in mezzo alla strada.
Ritroviamo il piccolo pony biondo, chiedo al proprietario se possiamo mostrare i cavalli a Kiyo, ma certo, è quasi orgoglioso e ama i suoi tre cavalli. Ma tempo 10 secondi e la piccola scappa via, presto, siamo in ritardo con gli altri. Ho capito, ma mica ho otto anni come te e tu non hai male al piede come me.
Ben presto siamo a Nonantola con le sue belle ciclopedonali, assaltiamo un bar, ma, e mi vien da ridere, non hanno nulla da mangiare. Grazie e arrivederci. A fine giro tutti sembrano contenti, il giro è piaciuto. La Romea colpisce ancora, anche induriti montanari apprezzano la lunga via.
Saluto tutti e vado a trovare le due giovani commesse della cantina Giacobazzi. Scherzo, in realtà mi fermo per il vino mica per quelle due belle signorine sorridenti e poi, ho anche la faccia da rettile e le donne le impaurisco.
Arrivato a casa, quasi stanco (cioè quasi morto), ho fame (cioè attenta gatta a come ti muovi), ho male al piede (cioè quasi quasi lo taglio). Incrocio il vicino di pianerottolo, vuol sapere. Gli racconto del giorno di ferie impiegato a camminare sulla Romea con degli amici di Pavullo. E bravo, fa, senti ho fatto del ragù di pesce, ne ho fatto un po’ troppo, ne vorresti un po’? Uhm, chi devo uccidere? Chiedo. Ma nulla, fa, tieni e mangia in pace. Abbi cura dei piedi! E mi saluta. Sono sbigottito, ogni volta che “esco” con la Romea incontro qualcuno che vuole regalarmi qualcosa. Evviva la Romea e tutti i camminatori. Grande.

IO VI RACCONTO – prima uscita sulla via Romea Nonantolana

25-26 marzo
di Giovanni Buccarello

Da BOndeno a BOmporto

La mattina inizia prestino, sveglia alle 6.00 ma non riesco a sollevarmi dal letto prima delle 6.20. Ovviamente stanotte per l’eccitazione dell’evento ho dormito poco e male. Vabbè, tiro su un po’ di fretta perché voglio essere puntuale e naturalmente dimentico tutto quello che mi verrà poi in mente durante l’uscita.
Marco per fortuna è pure in ritardo e non mi fa sentire in colpa, partiamo dunque, no ad un certo punto chiama Max e capisco che manca un sacco a pelo. Penso al mio, chissà dove l’ho infilato. Torniamo a casa di Marco e, recuperato il sacco rosa di Chiara, la sorella, finalmente andiamo da Max. Nel tragitto mi accorgo che non ho il cavetto per ricaricare il cellulare (sono un genio). Ovvio che ce l’ha Marco (è un genio anche lui). A Nonantola Kiyo è raggiante come può essere una ottoquasinovenne che ha vinto una gita premio, a fatica si accomoda in macchina accanto a Chiara, diventano subito amiche.
Non so quanto siamo in ritardo, ma siccome non posso farci nulla almeno cerco di recuperare un po’ di sonno, ovvio che non ci riesco, ma fra una chiacchiera e l’altra, il viaggio vola, guarda siamo già a Verona Sud e dopo poco usciamo anche dalla Serenissima e troviamo subito l’indirizzo del convegno sulla Romea Strata.
Non capisco ma mi adeguo, un grande stabile, da una parte uffici vuoti e dietro una sala piena, a destra il bar. Mi aspettavo un edificio religioso ma questo sembra altro e il bar è integrato nel fabbricato, tanto che ha il bagno nella parte degli uffici.
Ecco il bagno, chiuso! Vado in bar e supero una Kiyo boccheggiante, soffre il mal d’auto poverina. La barista è carina, mi dà la chiave del bagno, poi, per farmi bello le compro una cioccolata e due bottiglie d’acqua, Kiyo rifiuta l’acqua ma prende la cioccolata e la lascio al bar con Chiara che la coccola come una gattina.
Sono tutti seduti comodi in una bela sala ampia priva di lussi, non c’è posto solo per me, ma mi accuccio in un angolo. Tanta gente interessante, interventi, domande, risposte, qualche leggero battibecco. Insomma un convegno normale, un po’ più pratico di altri. Don Raimondo modera, esorta e zittisce. Cavoli è già ora di pranzo. Alla mezza, in perfetto orario si va a mangiare, al bar di fianco.
Una bruschetta tira l’altra, ne avranno servite quasi una decina, una più buona dell’altra, altre chiacchiere e finalmente ripartiamo, quasi in orario. Da Vicenza a Bondeno facciamo una di quelle autostrade che dal nulla portano al nulla, che pare proprio inutile se vista sulla carta, invece prendiamo proprio quella e in breve siamo a Badia Polesine, da lì a Stellata non ricordo nulla perché finalmente mi metto a ronfare come una motosega.
Improvvisamente una gomitata di Marco mi sveglia proprio davanti alla Rocca Possente di Stellata. Era dal 2013 che desideravo vederla senza riuscirci. La gioia finisce in rantolo perché era completamente ricoperta dalle impalcature. Uffa, è stata costruita per resistere ai colpi di artiglieria (a forma di stella). Il terremoto ha picchiato duro immagino. Da Stellata a Bondeno il passo è breve, specie in automobile.
Parcheggiamo proprio in piazza e mi faccio un caffè doppio, che triplo mi vergognavo a chiederlo. Qui dovrebbe esserci un altro Marco ad aspettarci, al telefono si fa trovare subito, ma fisicamente no, perché fra i due Marchi nonostante i 6 metri di distanza c’era un furgone e non si vedevano. Tutto si conclude con una risata.
Salutiamo Chiara, riporterà a casa l’automobile. Un po’ mi dispiace, piccola a parte, siamo tutti uomini. Sono convinto però che nelle cose, se c’è almeno una donna, cambia tutto, in meglio. Pace.
Finalmente si parte, a piedi, cerchiamo il Panaro, sentiamo l’odore dell’acqua, ne abbiamo voglia. Cerco il gps che dovrà registrare tutto, tempi, Km, ansia e risate. Ovviamente l’ho dimenticato. Ho preso le pile di riserva, pure il cavetto, caso mai servisse, ma non lui. Amen e croce.
Attraversiamo una strada, poi un ponte e infine mi rendo conto che siamo sulla Romea. Alt! Siamo sulla Romea. Fotografia prego, momento storico. Credo che la piccola Kiyo possa ben rappresentare sia le nostre speranze che le potenzialità, la ritraggo mentre posa il primo, dico IL PRIMO in assoluto, patacchino adesivo sulla Romea. Il momento è storico, mi commuovo quasi, ma ben presto siamo in cammino, finalmente!
Una striscia d’acqua ci accompagna, un argine ci guida, un venticello ci pettina e il sole ci scalda la testa e le guance, che bello, la prima abbronzatura del 2017 e anche la prima camminata per me. Speriamo bene, visto che parto già con una leggera fascite al piede destro (che palle l’età).
Ora, descrivere un cammino non è mica facile. E’ una specie di esercizio fisico, ma a differenza di questo, il camminare ti porta in qualche posto. Questa consapevolezza di movimento, spinge il corpo e anche l’anima, proiettati verso qualcosa che ancora si ignora. Non sono mai stato sull’argine del Panaro a Bondeno diretto verso Finale Emilia, mica so cosa ci sarebbe successo, cosa avremmo visto. L’avventura, la novità e anche una leggera paura mi danzavano attorno, guardavo gli altri, guardavo il fiume e indugiavo sulla pianura che piatta e sconfinata non lo è affatto, è ricca di cose, oggetti e situazioni da vedere, godere e comprendere.
Basta, mica vi posso dire tutto. Se vi interessa, venite a camminare, ma a camminare tanto. Più si cammina più si impara.
Lasciata Bondeno ci troviamo in aperta campagna, nel cosiddetto nulla, ma basta guardare le foto per vedere che le cose invece c’erano.
Dopo un po’ incrociamo la foce del Canale Diversivo di Burana, che nel Panaro termina il suo lungo percorso iniziato a San Possidonio. E’ un canale di scolo in Inverno, cioè porta via l’acqua da dove ce n’è troppa ed è invece irriguo d’estate, portando l’acqua dove ce n’è poca. Prende l’acqua dal Po, la distribuisce per 17000 ettari fra Bastiglia e Mirandola e viene a morire qui.
Siamo nei pressi di Santa Bianca, villaggio in agro di Bondeno, che offre la chiesa di San Pietro e un bar Sport. Qui cambiamo argine, passiamo a Nord e quindi cambia anche il paesaggio. In lontananza si vede Scortichino (detta Scurtghein dagli indigeni), perso nella grande pianura, lontano sia da Finale che da Bondeno. Dopo un po’ guardo la carta, identifico Casa Colombarina che precede di poco il punto esatto del cambio provincia. Siamo a Modena, ciao Ferrara.
Questa ricerca di luoghi e di posizioni placa la mia naturale ansia, sono molti anni che progetto percorsi, misuro distanze e calcolo tempi di percorrenza. Il waypoint mi scandisce il cammino, mi detta il ritmo. Mi sono avvicinato ai cammini storici anche per questo, vorrei provare a camminare per il piacere di farlo e non per il piacere di arrivare, di mettere il paletto, di registrare il punto nella lista dei successi.
Oggi sono pure senza gps, sarà un segno. Metto via la carta e provo a sentire il mio respiro, provo a farlo diventare musica. Ascolto il mio corpo che si muove sincronizzato e mi ricordo di avere una fascite al piede che comincia a diventare fastidiosa. Finchè guardavo la carta non sentivo nulla ora che mi sono concentrato su me stesso mi sono accorto di stare male. Che mi serva di lezione. Quante volte pensiamo di stare bene solo perché non ci accorgiamo di ciò che ci succede dentro o fuori? Ecco cosa intendono gli esperti quando enunciano che camminare aiuta a ritrovare se stessi, frase di per sé evocativa ma priva di senso che ci fa pure sorridere. Più che ritrovarsi, si arriva a comprendersi, conoscere i propri limiti, ma anche la propria forza. Camminare aiuta a sapere chi siamo e non dove siamo.
Un vociare mi distrae dal loop in cui rischiavo di annegare, un tipo in bici ci chiede se siamo di Nonantola, se andiamo a Finale a passare la notte. Poi ci dà il numero di sua moglie. Ma forse è meglio se spiego. Noi avevamo infatti solo il numero di don Daniele, il parroco, l’accordo era che ci veniva ad aprire il seminario e ci accomodava in una stanza. L’uomo è venuto a cercarci in bicicletta sull’argine perché il parroco si era impegnato e aveva raccomandato alla moglie di lui di provvedere a noi. Cose che succedono sul cammino, piccoli eroi quotidiani si manifestano dal nulla e poi spariscono, lasciandoci un senso di grazia e riconoscenza.
Fortuna che siamo in pianura, Finale Emilia che pure è abbastanza grossa, non si fa vedere neppure da poche centinaia di metri, la tangenziale e due alberi la coprono. Ormai zoppicante speravo solo di arrivare in fretta, e mi preoccupavo di non vedere il paese sia pure in lontananza. Superato il ponte sulla tangenziale ci eravamo già dentro e dopo pochi passi eravamo alla porta del seminario.
Alla faccia della casetta, un palazzone grande e quadrato, splendido, quasi nobile. Il volto sereno di Don Bosco ci guarda mentre aspettiamo Aldina e le chiavi. Arriva sorridendo in bicicletta, molto umana, molto emiliana.
L’interno è anche più bello, corridoi, numerose stanze, aule, saloni, grandi quadri, tutto molto ben tenuto. Il terremoto non gli ha fatto quasi nulla e i restauri pur necessari l’hanno reso splendido. Bene, ci tocca una piccola aula dotata di lavagna, cattedra e banchi un po’ ammucchiati per farci posto. C’è il bagno di là e il riscaldamento indipendente, non abbiamo bisogno d’altro (io di riposare).
Accompagniamo Aldina alla porta e, accidenti, le hanno rubato la bici. Ah non c’è mica tanto da fare, tentiamo due parole di conforto e la salutiamo, nel frattempo arriva un uomo alto, giovane, che esibisce saio e sorriso. E’ Padre Serge-Marie, della confraternita di San Giovanni Evangelista, sita in campagna poco distante. Ha saputo del nostro passaggio ed è venuto a conoscerci. Ha la bella idea di invitarci a cena, in convento, ovviamente accettiamo.
Col telecomando apre le porte di una Focus con pochi chilometri e ci porta agli Obici, una grande e robusta costruzione, un fabbricato squadrato, forte, alto eppure elegante. E’ tanto che conosco questo posto, ma solo di nome, non essendoci mai venuto. Rimango impressionato, non mi aspettavo tanta forza. Metà dell’edificio è ancora lesionata e non si può vedere (non avrei comunque più la forza di vedere un casone così grande), ci fa visitare il santuario attiguo, non ricco ma assai accogliente e poi ci fa accomodare attorno a un gran tavolo in cucina.
Ci racconta che sono frati quasi tutti francesi e gli racconto che San Giovanni Evangelista è colui che mi ha dato il nome, pertanto sarebbe anche il mio santo preferito. Glie lo racconto un po’ in Italiano e un po’ in Francese (la mia seconda lingua). Il suo sorriso mi conforta, siamo ormai quasi amici. Fanno molte attività, organizzano pellegrinaggi, tengono ritiri spirituali, celebrano matrimoni e hanno oltre 60 camere disponibili come pure bagni e cucina. Vorrebbero entrare nel circuito della Romea. Bene, ha trovato le persone giuste.
Ecco anche spiegata la presenza di alcune donne che si offrono di prepararci la cena. Sono lì per un ritiro spirituale e stavano per andare a letto. Chiediamo di non disturbarsi, ma secondo voi? Insistono e ci preparano una cenetta semplice, frugale, buona, di quelle che ci si lecca i baffi per forza. Che bello essere pellegrini, tutti vogliono fare qualcosa per noi. Puoi anche essere un pellegrino vero o fasullo, i piaceri e le cortesie ti arrivano così, spontanee e copiose.
Stiamo così bene che io e Max troviamo pure il tempo di discutere sul metodo di soluzione delle tabelline aritmetiche. Kiyo però non ci segue e così rinunciamo alla contesa ma senza abbassare la cresta. Si è ormai fatto tardi, Kiyo si rivela la bambina che è, smorfiando e lagnandosi che è stanca e vuole dormire. Bene salutiamo tutti e partiamo. Guida l’altro Marco e sbaglia subito strada, prende a destra invece che a sinistra. Dopo sei secondi chiedo dove si va, gli spiego che se si va a rane, allora va bene, ma se invece no. gli tocca di invertire la rotta, pena un pegno divertentissimo, lui si affretta ad eseguire e in tre minuti siamo al seminario.
Kiyo urla, c’è un animale, vedo una scolopendra che zampetta sul suo cuscino. Le spiego che sono pericolose, ma non quella lì e mentre mi guarda interrogativa la butto fuori dalla finestra utilizzando un messale non troppo grosso.
E’ tardi ma non tardissimo, con Marco decidiamo di attaccare i patacchini della Romea lungo il percorso per la città, così che non avremmo dovuto farlo domani, così, giusto per farci venire sonno. Lasciamo padre e figlia ronfanti e partiamo.
Da quando c’è stato il terremoto, sono venuto a Finale Emilia varie volte da volontario di Protezione Civile, questa città mi ha sempre fatto paura, le stradine strette del centro storico, il castello, i palazzi, tutto troppo pericoloso. Ormai sono passati anni, ma mi sono ritrovato a guardare i muri, le grondaie, a cercare il centro della strada, memore di nuovo della terribile esperienza che ha segnato pesantemente la nostra vita e le nostre città.
Facciamo presto a fare il giro, ma fa ancora prima la perturbazione ad arrivare. Uno scroscio d’acqua ci costringe sotto il tendone di un negozio di caffè per alcuni minuti, al ché decidiamo di tornare, sui pali bagnati i patacchini non si attaccano. Finalmente la lunga giornata finisce e comincia il riposo notturno (si fa per dire).
Vi risparmio la storia della notte a Finale Emilia, vi accenno solo al fatto di essermi svegliato varie volte tanto da guadagnarmi il titolo di fantasma del Seminario da parte di Kiyo. Pretendeva che rifacessi la russata strana che aveva sentito. Valle a spiegare che se russo allora dormo e che se dormo non mi accorgo di come russo. Provandoci lei, ha emesso un verso gutturale a metà strada tra un grugnito di cinghiale e un rutto. Uhm, ci ho pensato su per almeno dieci secondi.
La mattina siamo svegliati da un vociare allegro. I ragazzi della parrocchia infatti partono per una gita a Bologna. Faranno il pellegrinaggio di San Luca e visiteranno San Petronio, Santo Stefano ed altre chiese. Partiamo con i nostri zaini passiamo in mezzo a loro impressionandoli non poco. Don Daniele è venuto a salutare e ci indica il bar Mazzini come meritevole della prima tappa.
In effetti il bar è ben fornito e il personale è gentile. E’ al piano terra di un palazzo ancora puntellato. Giusta sintesi di una città che ha ancora molti conti in sospeso col terremoto. Ne approfitto per qualche foto diurna mentre gli altri completano il giro dei patacchini. In breve siamo di nuovo sull’argine. Mi viene in mente Guccini: lunga e diritta correva la strada…
La giornata è bellissima, sole acceso e vento fresco. La pioggia della notte ha ripulito l’aria, tanto che si vede distintamente dal Corno alle Scale al Cusna con il re Cimone in mezzo e la corona di cime del crinale Tosco-Emiliano. Oggi si va alla grande. Ho anche cambiato le scarpe, ho indossato quelle più imbottite per assorbire meglio le asperità del terreno. Oggi infatti faremo poco asfalto e molto sterrato, non solo, oggi c’è quasi il doppio dei chilometri di ieri.
Passano due signore, hanno il passo come se andassero di fretta, magari è vero. Sta di fatto che salutano appena e scappano via. L’argine fa molte curve, fa un tira e molla col fiume che sparisce spesso dietro folta vegetazione e case in golena; dopo mezz’ora siamo ancora a Finale Emilia, che da questa parte si allunga molto. La sagoma del cimitero però mi conforta. Dopo il cimitero c’è il nulla, è sempre così.
Infatti dopo una decina di minuti arriviamo a vedere la forma modesta e simpatica dell’oratorio di San Lorenzo. Dietro in lontananza comincia l’infilata dei capannoni della zona industriale. Sono mica tanti, ma grandi grossi e lunghi. Un lungo argine dritto e infinito ci porta finalmente alle spalle dell’ultimo di questi fino a raggiungere la località Ca’ Bianca. C’è qui una trattoria che comincia a farmi il canto delle sirene, ma è troppo presto, non si può.
Alla Ca’ Bianca finisce finalmente il territorio di Finale che, a dispetto del nome, sembrava non finire mai. Entriamo nel territorio di Camposanto. Il dolore al piede è aumentato. Mi accordano una sosta e ne approfitto per liberare i piedi dalla morsa delle scarpe. Cambio il calzino con uno più leggero e ripartiamo. Un sollievo evidente mi accompagna per una cinquantina di metri, dopo ricomincia il dolore, come prima, più di prima.
Provo a resistere, poi una vocina mi parla dolcemente ma con decisione, mi dice che il premio per chi soffre di più potrebbe consistere in due settimane d’ospedale o di immobilità assoluta e che un viandante che vianda col piede rotto potrebbe anche non essere un buon esempio per le future generazioni. Intanto sono rimasto indietro, procedo pianissimo. Beati cellulari, chiamo Marco che torna subito indietro.
Dato che a Villa Cavazza c’è la giornata del FAI, dove oggi si può prendere il barcone per raggiungere Bomporto, e che sempre lì un mio amico tiene un banchetto per Oversease, una onlus che si occupa dello sviluppo dei paesi poveri, decido di farmi venire a prendere da lui e di attendere lì il loro arrivo, così intanto mi sarei riposato un po’.
Ci salutiamo di fronte alla casa che fa di nome Boaria Rovatti, di rimpetto a Casoni di sotto che guarda l’argine opposto, così finisce la mia prima avventura sulla Romea Nonantolana.
Ma vedrò poi che non è ancora finita. Dopo una ventina di minuti arriva Fausto che raccoglie i miei resti in automobile e mi porta a villa Cavazza. I loro banchetti sono posti sul parcheggio, fuori dall’ingresso monumentale, all’interno comincia subito il labirinto delle transenne che imbranca i visitatori e li porta ordinatamente al banchetto del FAI dove si registrano, pagano e poi si imbarcano. Faccio fatica a sopportare tutto quel movimento.
Fausto mi offre una fetta di pane con olio e Zavatar, miscela di erbe palestinese a base di timo e sesamo usata come condimento per carne, verdura e pane appunto. Davvero buona. Decido di contribuire alla loro causa acquistando un barattolo di Zavatar. Nel frattempo arriva un pullman che sbarca una trentina di persone vocianti. Hanno ragione, la giornata è davvero bella e percorrere il Panaro in barca devìessere davvero intrigante.
Due ragazzine mi osservano insistenti, una è la figlia di Fausto e l’altra è la sua amica del cuore (almeno credo). Pretendono che mi sieda e che racconti loro ciò che è successo. La parte del pellegrino misterioso mi piace, ma c’è poco da raccontare. Ho una fascite e non posso camminare. Racconto loro della Romea invece e riesco a coinvolgerle pure, ma tutto finisce con un “mi piace camminare ma preferisco altro”.
Mi sembra tutto molto rumoroso e il parcheggio solleva polvere per le frotte di gente che passano distratte. Fausto mi spiega che la villa è di un suo amico che ne ha restaurato una parte e poi ha finito i soldi. La parte nuova è adibita a ristorante dove si festeggiano matrimoni, la parte vecchia non è visitabile a causa delle precarie condizioni.
Fausto mi dice che è quasi l’una e che deve andare a Modena. Mi chiede se voglio essere riaccompagnato a casa. Come faccio a rifiutare un’offerta così opportuna. Telefono agli altri, ne hanno per due ore buone e, sembra che per la grande affluenza di pubblico, non ci sia la garanzia di un posto in barca per noi. Decido quindi di andare eliminando così la mia persona dalla lista dei problemi.
Saprò poi che hanno proseguito per l’argine fino a Bomporto dove sono stati accolti e prelevati a loro volta. Marco ha rimediato una bella abbronzatura in testa, curabile con giuste pomate, Max che aveva il berretto, ha riso per tutto il tempo e ha continuato a farlo a anche a casa. Kiyo ha vissuto l’esperienza con nonchalance, ha confessato di essersi annoiata, ma solo un po’ e di non essersi stancata affatto.
P.S. L‘indomani mi chiama Max per dirmi che aveva deciso di regalare ad Aldina una sua bici che nessuno usava più. Aveva già preso accordi per incontrarsi con lei. Non mi perdo certo l’occasione e mi fiondo a casa sua, carico uomini e cose e torniamo a Finale Emilia. Aldina era visibilmente turbata, dice che la bici le piace e che non dovevamo disturbarci. Max risponde che era una buona occasione per trasformare un evento negativo (il furto della bici) in un evento positivo (il regalo della bici) e che così tutti sarebbero stati soddisfatti. Anche questa è Romea Nonantolana. Ragazzi vi consiglio di non perdere la prossima.